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Dall'utopia alla finanza (rossa)

di Raffaele Iannuzzi - 26 gennaio 2006

Ah i favolosi anni Novanta...soppiantati i «favolosi anni Sessanta» del neo-castrista Minà, ecco i furiosi, favolosi, sinistrorsi (oggi lo sappiamo: anche «sinistrati») anni Novanta, anni affollati, come cantava Gaber appunto di non meglio definiti «ultimi dieci anni» - ma mi viene da pensare appunto agli anni Novanta. Un decennio fa, poco più, dunque, che cosa accadeva in Italia? C'era forse la destraccia berlusconiana a comandare? No. C'era la sinistra rampante e dilettante, con il brevetto dell'unica merchant bank in cui non si parla in inglese, come diceva Guido Rossi, economista liberal dei Ds. E cosa voleva questa sinistra dilettante e mercatizia? Voleva legittimarsi agli occhi del bel mondo lobbistico e finanziario internazionale, anche statunitense, capitanato da Clinton e dai gruppi bancari protestanti. Il mito WASP, allora tirava tanto: White Anglo-Saxon Protestant.

Ebbene, questa sinistra italiana, mercatizia e dilettantesca, voleva fare un figurone con questo bel mondo oltreoceanico e, inoltre, mutare la forma e la struttura del capitalismo del nostro Paese. E perché? Perché, avendo letto e chiosato Gramsci, sapeva che il capitalismo italiano ha struttura fragile e bancocentrica, molto de-industrializzata e, dunque, può essere eterodiretto con relativa facilità dalla politica, vieppiù se il governo ci mette lo zampino. E così fu: il governo D'Alema, ovvero la merchant bank in cui non si parlava inglese, ci mise lo zampino, e pesantemente.

Qual è il punto più interessante di questa manovra? E' il rilievo iper-politico che tutto l'affare del capitalismo italiano, con le banche da scalare, le Opa di ieri e di oggi, ha messo in luce: praticamente il contrario dell'ordine liberistico. Cioè non l'economia autonoma dalla politica che offre materia di sviluppo di cui la politica prende atto; ma la politica che si serve dell'economia, ingessando i mercati e distorcendo alla base la legge della concorrenza, che non sarà aurea, ma è pur sempre più decente del gramscismo. Ecco tutto. Questa è la filigrana intessuta nei favolosi anni Novanta e oggi il Principe Consorte è l'ultimo anello, quello Unipol, espostissimo, certo, ma già attivo da tempo, oggi - diciamo così - strutturale.

Conseguenze: due innanzitutto. Prima: il mercato è diventato una casbah, nessuno ci si raccepezza più, sono i politici a decidere tutto, con interviste che attaccano ora questo ora quello, e tirando fuori dai pantani finanziari gli amici e gli amici degli amici. Seconda: la ragione sociale delle Coop è stata polverizzata e questo non è uno dei problemi, è il problema. Punto. Perfino l'antiberlusconiano doc Travaglio, molto girotondino quando gli pare, poi debole fraticello quando si tratta di affondare la lama nella carne dei Ds, oggi scrive su Linus: «C'è un problema statutario: può una compagnia di assicurazioni, per giunta espressione delle cooperative che godono di agevolazioni fiscali dallo Stato, mangiarsi una banca senza cambiare ragione sociale?». Questo è il vero problema. E che Vignali, presidente della Cdo e Vittadini, insieme al settimanale Vita, difendano le Cooperative come struttura «sana» dell'economia italiana, molto produttiva e nerbo essenziale della società, non vuol dire un piffero, perché a nessuno interessa questo punto. E poi, volendo affondare il colpo nelle parti giuste, si potrebbe dire che finora in pochi, a quanto pare, si sono accorti di quanta de-industrializzazione ci sia stata, dopo lo smantellamento delle partecipazioni statali e anche dopo la svendita dei gioielli di famiglia delle industrie pubbliche ad opera di Prodi & C. - ma questa, comunque, è sempre e comunque un'altra storia da quella delle Coop.

Qui il punto è che, sulla base dell'art. 45 della Carta Costituzionale, le cooperative sono mutualistica e distribuzione a fini mutualistici. Per cui, se vanno bene, o funzionano su scala allargata, ma sempre in questi contesti, o, semplicemente, cambiano ragione sociale. Punto e a capo. Questa è la radice politica della vicenda delle Coop. Il resto è moralismo e polemichetta di quart'ordine. Ci vogliono, dunque, regole e formazione capitalistica avanzata, nell'ambito delle Coop, non innesti di governance con manager di altra provenienza, che dunque, non essendo cresciuti con la mission cooperativistica, non possono che «ibridare» le funzioni della medesima con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Questo è il problema che dobbiamo sollevare. Certo, oggi tutto emerge dentro lo «stato di eccezione».

L'importante è avere ben chiaro di fronte a noi, come si dice comunemente, testo e contesto. Perché, altrimenti, anche la lotta politica - che oggi, ripeto, non può che adeguarsi, nei modi e nei tempi, allo «stato di eccezione» - non produrrà nel tempo alcun esito efficace. Sul settimanale News, certamente non berlusconiano, possiamo leggere, questa settimana, una riflessione di un esperto della realtà capitalistica italiana, di chiaro orientamento di sinistra, Giulio Sapelli, ordinario di Storia economica alla Statale di Milano: «In questa vicenda - commenta Sapelli - le cooperative rosse hanno dimostrato di avere perso l'orgoglio di essere delle società di persone anziché di capitali. Si sono scelti alleati che non sono né riformisti, né illuminati, né trasparenti. Hanno perso l'utopia». Conclusione desolante e chiara più che mai.

Qualcuno, in passato, leggeva Engels: «Il socialismo dall'utopia alla scienza». Oggi potremmo parafrasare così: il socialismo dall'utopia alla finanza. Rossa, come quella celebre palombella del film di Moretti, in cui il protagonista tende il corpo verso il cielo, sàturo di rosso albeggiante: scalare il cielo, si disse, appunto, non le banche. E la differenza non può passare inosservata. Anche agli elettori di sinistra.

! Raffaele Iannuzzi
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