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Il Giorno della Memoria, e quello che non abbiamo capitodi Valentina Meliadò - 27 gennaio 2006 Cade oggi il sessantunesimo anniversario dell'apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell'Armata rossa. E' la fine del calvario per milioni di ebrei, e l'inizio della conoscenza dei caratteri unici che fanno della Shoah il più grave crimine contro l'umanità mai progettato e così scientificamente e meticolosamente perpetrato. Ricordare l'orrore della «soluzione finale» è d'obbligo: sei milioni di morti in pochi anni, rastrellati in tutta Europa attraverso le deportazioni di massa, liquidati nei campi di sterminio con procedure pensate appositamente per eliminare il maggior numero di ebrei possibile in un solo giorno, e nel contempo «risparmiare» pallottole. Così, con gas, veleni e forni crematori, ad Auschwitz come a Mathausen si toccò la cifra record di 2500 uccisioni al giorno. Duemilacinquecento persone... Per non parlare degli esperimenti «medici» cui i deportati hanno fatto da cavie, e che servivano a rispondere a domande tipo se fosse possibile deambulare lo stesso dopo aver asportato ad una persona i femori delle gambe. E' difficile penetrare mentalmente l'entità della tragedia, la convinzione e la dedizione con cui essere umani si sono prodigati a fare di altri esseri umani carne da macello. Carne di cui si pensava anche a riciclare ciò che era utile, come i capelli delle donne ebree, usati per riempire materassi e cuscini... E' davvero difficile immaginare, perché il nostro cervello non arriva a visualizzare sei milioni di morti, perché è impossibile anche solo provare a mettersi nei panni di chi si è visto strappare via i propri cari sotto gli occhi, stipati dentro un treno per non sapere mai più nulla di loro, o averli visti morire tra atroci sofferenze. Nemmeno le parole bastano, e forse è proprio questo il problema: l'impossibilità di capire fino in fondo, il rifiuto istintivo di ciò che va oltre le nostre categorie mentali. Ma questo rifiuto non costituisce un antidoto sufficiente. Ricordare ciò che è stato ed affermare che non sarà mai più non basta a renderci immuni da tragedie come la Shoah; noi abbiamo sconfitto il nazismo, ma non le ragioni del suo successo. Abbiamo sviscerato le ragioni della personale follia di Hitler, ma queste ragioni sono insufficienti a spiegare il favore di un'intera nazione; Hitler non era solo un pazzo criminale, ma un uomo senza qualità che aveva saputo cavalcare le sue personali frustrazioni e quelle di un popolo prostrato dagli oneri dei risarcimenti inflittigli dopo la Prima Guerra mondiale; un popolo in cerca del riscatto del proprio orgoglio, della propria identità, e di un capro espiatorio che li assolvesse dalle proprie responsabilità. Hitler seppe soddisfare tutte queste esigenze, proiettando sui ricchi ebrei il risentimento e la frustrazione popolare, e indicandoli - con una potente operazione propagandistica - come la radice del Male. E' un'operazione che passa attraverso la spersonalizzazione, la disumanizzazione del nemico, che consente di guardare all'altro non come ad un essere umano ma come ad un oggetto dannoso, che può essere eliminato senza rimpianti perché privo delle caratteristiche peculiari dell'Uomo. Non è un'operazione impossibile, è tipica di tutti i regimi cementati da una potente base ideologica. E' un'operazione che, al di là del carattere unico della Shoah, ha costituito il comun denominatore del nazismo come del comunismo, ed è ciò che oggi si ripropone in tutta la sua portata distruttiva nell'ideologia fondamentalista del terrorismo islamico. Gli ebrei, la borghesia, l'Occidente, sono i nemici delle ideologie che si fondano sul presupposto che l'eliminazione di una certa categoria sociale, o classe o popolo, costituisca il giusto viatico per la salvezza, la sopravvivenza o l'ascesa al potere di un'altra classe o un'altro popolo; sono ciò che abbiamo in parte politicamente sconfitto, ma che non è ancora morto come forma mentis. L'antisemitismo fa ancora i suoi proseliti, e l'antidoto all'odio risiede soltanto nella maggiore diffusione possibile di valori universali che trascendano Paesi, culture, storie. E' un compito che la mancanza di unità di intenti e di vedute stanno rendendo difficile, ma al quale, di fronte alla minaccia del terrorismo islamico, non possiamo sottrarci senza provocare la distruzione di Israele e l'abdicazione ai valori, ai principi, all'identità e alla cultura che sessantuno anni fa abbiamo riaffermato e accresciuto.
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Ragionpolitica, periodico on line n.145 del 23/1/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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