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numero 280
6 marzo 2008
 
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Non c'è «Unione» di intenti, ma un'«Unione» di stenti

di Aurora Franceschelli - 30 gennaio 2006

Un bel mosaico, effettivamente, quello che l'Unione vuol proporre ai suoi elettori: un paesaggio in apparenza tranquillo, sereno, all'orizzonte si scorge un «Campanile» (quello dell'Udeur), intorno si notano dieci «casette» edificate sulla roccia (quelle dove abitano gli altri 10 partiti), dieci palazzine i cui stili architettonici differiscono notevolmente, sembrano addirittura costruite in periodi storici differenti; alcune di loro sono state riammodernate solo in apparenza, con una lieve riverniciatura che tenta di uniformarle alle altre. Un Ulivo, una Quercia, un giardino dove si scorgono rose e margherite, fanno da contorno a questo bel paesaggio, dove un arcobaleno che si staglia nel cielo lascia presagire che possa, prima o poi, tornare il bel tempo.

Un quadretto in apparenza perfetto, ma immediatamente, ad un osservatore attento potrebbe saltare all'occhio un particolare alquanto paradossale: non esiste un sentiero che colleghi questi undici edifici tra loro. Come è possibile?...forse, verrebbe da pensare, questo è un paesaggio irreale. E in effetti il panorama che offre la coalizione unionista è del tutto surreale, è come un sogno che maschera l'incapacità di affrontare, da parte di questa costellazione così variegata di partiti e partitini, una realtà che - in mancanza di una visione comune - rischia di risucchiarli ad uno ad uno.

La sinistra è pronta a rischiare il tutto per tutto pur di raggiungere l'obiettivo di governare il Paese, per questo motivo ora si sta arrovellando attorno al nodo fondamentale, ossia il tentativo di delineare il programma reale (non più solo abbozzato) su cui imposterà la sua campagna elettorale. A questo proposito Massimo D'Alema, avvertendo con preoccupazione l'angoscia latente che accompagna il suo schieramento, si fa paladino di un'iniziativa che dovrebbe, come per magia, fugare il sospetto che l'unità della sua coalizione possa essere considerata un fatto puramente tattico. Il tentativo messo in campo in vista della gara elettorale è quello di schierare undici giocatori che non parlano la stessa lingua e che poco hanno da spartire - gli undici partiti che costituiscono la sua coalizione - secondo uno schema che consenta di tenerli uniti almeno sino alla partita decisiva delle urne. Lo schema, sulla tabella tattica e strategica del Presidente della Quercia, dovrebbe essere rappresentato da una sorta di «patto» stipulato dai leaders del centrosinistra, un espediente che, ancora non si sa come, dovrebbe costituire un buon viatico per un eventuale governo della sinistra.

Dunque, come ha sintetizzato D'Alema, si tratta di redigere «un patto per garantire cinque anni di governo stabile». L'imperativo, come ha riferito, è quello di presentare la sua coalizione come «un gruppo di persone serie che intendono garantire stabilità». Ebbene sì, stabilità, quella di cui il Governo Berlusconi ha goduto per cinque lunghi anni, una stabilità per raggiungere la quale ora la sinistra, conscia dei propri limiti, tenta disperatamente di lottare. Quella della sinistra è un'operazione chimera, è uno sforzo immane alla ricerca di obiettivi comuni che non potranno mai esistere: insomma, una vita politica di stenti inutili.

Basti pensare ad uno dei tanti opposti estremismi dell'Unione di Prodi, l'Udeur di Mastella e la Rosa nel Pugno di Capezzone e Boselli: essi sono come due poli opposti con il medesimo segno, non possono fare altro che respingersi. La tesi degli uni, che vedono i valori cristiani in primo piano, non può che contrapporsi all'imperativo categorico della difesa dello Stato laico da parte degli altri. Anche se, in termini di consensi, la loro forza è modesta (2,2 % l'Udeur, 2% la Rosa nel Pugno), il loro peso politico-strategico all'interno dello schieramento di sinistra non è da sottovalutare.

Da una parte l'Udeur, con i suoi voti concentrati soprattutto nelle regioni meridionali, punta a contendere al centrodestra l'elettorato cosiddetto «di confine», quello più moderato: si capisce, allora, la spregiudicatezza con la quale negli ultimi giorni Mastella ha voluto far valere il potere contrattuale del suo partito all'interno della coalizione, entro la quale vorrebbe avere la possibilità di mantenere gruppi parlamentari autonomi. A Mastella non piacciono per niente né Pannella né Bertinotti, e d'altronde, come potrebbero andare d'accordo? Preoccupante, per Prodi, dovrebbe essere la dichiarazione del leader del Campanile: «Quando si tornerà alla normalità nel nostro Paese faremo le nostre scelte, stiamo assieme al centrosinistra solo momentaneamente». Come dire: per ora si cerca di andare al governo, di conquistare il potere per essere alla guida del Paese, poi si vedrà cosa è più conveniente.. Se da una parte Mastella crede nella vittoria della sua coalizione (per questo motivo è rimasto al suo posto accontentandosi di cinque deputati nel listone), dall'altra è convito che, una volta sconfitto il «tiranno Berlusconi», il processo politico non potrà far altro che seguire il suo corso, la cui evoluzione prevede come fenomeno naturale un'esplosione interna all'Unione. Egli preconizza un futuro tragico per la sua coalizione: i Ds si spaccheranno e vi sarà la rottura con Rifondazione; e la sua Udeur? Approderà forse ad un Centro democratico Cristiano? Data questa precarietà egli ritiene di non dover rinunciare, come ha sostenuto ieri al Congresso nazionale del suo partito a Napoli, all'eventualità di approdare ad un «centro forte e moderato» (coagulato attorno a Motezemolo e ai tecnici di Confindustria?).

All'altro estremo la Rosa nel Pugno che fa dei Patti civili di solidarietà (Pacs) un proprio cavallo di battaglia e che, per voce del segretario dell'Sdi Boselli ha posto tale impegno come irrinunciabile, un obiettivo da realizzarsi nei primi cento giorni di un eventuale Governo. Ora, con questi presupposti, tralasciando le altre innumerevoli contraddizioni che caratterizzano lo schieramento di Prodi, la sinistra si impegna a sottoscrivere «un Patto di stabilità» , un patto dettato dalla necessità, come ha sottolineato Fassino, di dare anche agli elettori di sinistra maggiore chiarezza sui punti programmatici: una sorta di scimmiottamento del Contratto firmato nel 2001 dal Presidente Berlusconi (che tanto è stato deriso), con la differenza che nella loro «giungla» gli obiettivi si contrappongono su tutti i fronti: dalla politica estera alla politica interna, dalle infrastrutture alle politiche del lavoro, ecc.: si capisce chiaramente come il risultato migliore che la sinistra, ove al potere, sarebbe in grado di raggiungere, non potrebbe essere altro che l'immobilismo: della politica, delle istituzioni, del sistema Italia in toto; quello peggiore, il ritorno ad un passato e ad un sistema politico che oggi non hanno più una loro ragion d'essere.

! Aurora Franceschelli
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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