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6 marzo 2008
 
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Prodi e il riformismo al pomodoro

di Gabriele Cazzulini - 1 febbraio 2006

Che la passata di pomodoro, «a pummarola» napoletana, fosse uno dei cibi più amati dal palato degli Italiani, era risaputo. Ma che fosse addirittura una versione del riformismo, questa è una novità assoluta. E invece è così; quindi ogni casalinga italiana ponga molta attenzione al momento della preparazione di questo prodotto: potrebbe infatti urtare la sensibilità politica di coloro che non apprezzano il sapore del riformismo. Non parliamo poi dei grandi chefs, che da oggi si ritrovano a vestire l'abito del politico, oltre al grembiule del cuoco.

Chi ha politicizzato il pomodoro? Il suo colore dovrebbe aiutare. Si tratta di Romano Prodi, aspirante presidente del consiglio per il centrosinistra. Nella trasmissione radiofonica di Radio24, Prodi espone il suo ricettario politico per solleticare l'appetito degli elettori. E il succo, letteralmente, del suo programma sarà quello di un vecchio slogan: «o così, o pomì». Traduzione per chi non s'intende di conserve: o il centrosinistra lo sostiene in un avanguardistico programma di riforme «radicali», oppure «io non ci sto». Perché lanciare ultimatum? Perché questi toni così isterici, espressi con un linguaggio così tagliente? Non sembrano le parole di un moderato, di un uomo delle istituzioni pronto ad assumersi responsabilità di primissimo piano.

Per rendere conto di queste parole acerbe occorre associare due considerazioni, una superficiale, legata allo stato disastroso dell'immagine di Prodi, mentre l'altra scava nel sottosuolo del centrosinistra. Il primo motivo per capire Prodi è rilevarne l'esigenza di farsi notare, gridando più forte degli altri per calamitare l'attenzione e, in questo caso, anche il biasimo. Non basta esporsi in pubblico; perché la ribalta mediatica può trasformarsi in una gogna per l'incauto comunicatore. Prodi non ha capito che per comunicare servono buone idee. Altrimenti il pubblico si infastidisce e fa pollice verso per condannare al silenzio l'imbranato gladiatore della comunicazione.

E' qui che si inserisce la seconda motivazione. Prodi non dice niente perché non può dire niente. Prodi non si trova nella condizione di assumersi impegni con l'elettorato - e questo giustifica il fumo d'ambiguità che circondava le sue parole di ieri. «un messaggio d'impulso all'economia», «un gran piano di sviluppo, ricerca e occupazione», «controllare i conti» e così via. Sarebbero queste le risposte forti ai problemi dell'Italia? Sarebbe questo balbettio il frutto maturo della lunga elucubrazione teorica della «meglio intelligenza», anzi intellighenzia, che ha lavorato nella «fabbrica» del programma? In questo caso gli operai sarebbero tutti da licenziare in tronco per inadempienza contrattuale. Il fatto strano è che non viene mai citato l'elefantiaco programmone, evidentemente già finito nell'inceneritore delle scorie politiche.

Intanto ieri si è riunita la troika Fassino-Rutelli-Prodi (l'ordine non è casuale, ma indica la vera gerarchia) per sottoscrivere il trattato di resa del centrosinistra sul fronte della comunicazione, arretrando la linea sulla rocca del «programmismo». Rifiutando persino i duelli a distanza con Berlusconi, da ora in avanti il centrosinistra manderà in onda soltanto pile di repliche della barbosa soap opera: «i primi cento giorni dell'Unione», genere fantascienza con accenti utopistici e finale tragico. Protagonista Prodi, nel ruolo di mancato leader perché costretto dagli sceneggiatori, i partiti, a fare il topo nella gabbia dei partiti. La timidezza personale che lo rende impacciato è amplificata dal suo scarso potere rispetto ai macigni dei partiti, con Ds e Margherita come veri poteri forti del centrosinistra, ma anche con radicali&socialisti, comunistoidi di Bertinotti e Diliberto, avventurieri di Mastella - tutti sono in grado di manovrare Prodi, perché tutti hanno alle spalle un partito. E a tutti Prodi porge il suo inchino, gesto dovuto da parte di chi non ha un partito. E' un Davide sconfitto dal Golia dei partiti, e reso loro schiavo.

Il riformismo condito con la salsa del radicalismo non è altro che il rumore verbale della testa di Prodi che sbatte contro le sbarre della gabbia. Abusare dell'ambiguità delle parole è come giocare con i cibi per farsi sane scorpacciate; ma gozzovigliare con i problemi dell'Italia come fossero un piatto di spaghetti al pomodoro, questo è meno salutare. Il riformismo radicale è l'ennesimo tentativo, goffo, di dare l'impressione di avere il potere, di fare bella figura in televisione, improvvisando l'imitazione del leader - imitazione che non riesce credibile, neppure versando «a pummarola».

! Gabriele Cazzulini
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