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La politica estera di Prodi? Gettare fango sull'Italia e su Berlusconidi Gianteo Bordero - 2 febbraio 2006 Romano Prodi, incurante della gragnola di critiche che ogni giorno gli piove sulla testa proprio da parte di coloro che dovrebbero essere i suoi alleati, continua a esibirsi in spericolate dichiarazioni che vorrebbero fornire l'immagine di un'Unione forte, coesa e con le idee chiare sul programma per governare il Paese. Così ieri, da Bruxelles dove si trovava per presentare il programma di politica estera dell'Unione, il Professore bolognese ha affermato: «Sono qui perché l'Europa è al centro di tutto il progetto politico del centrosinistra e perché l'Italia deve essere al centro dei grandi processi europei...Noi vogliamo - ha proseguito - la massima Europa possibile, non la minima Europa necessaria». Qual è questa «massima Europa possibile» di cui parla Prodi? Non si tratta certo di quella popolare e liberale, improntata al principio di sussidiarietà verticale, che è nelle corde dei grandi partiti popolari dei vari Stati del continente. E' invece quell'Europa tecnocratica e burocratica che il Professore ha rappresentato in maniera eminente nei suoi anni alla guida della Commissione. E' l'Europa della moneta unica che, nelle parole del candidato dell'Unione, è «quanto abbiamo di più solido e prezioso». Un'idea, quella di Prodi, già sconfessata da alcuni dei principali leader dei Paesi membri, e che ha trovato il suo punto di crisi massima con la bocciatura, da parte di Francia e Olanda, del progetto di Trattato costituzionale approntato da Giscard d'Estaing. Ma, per il Professore, il Trattato non è affatto «morto», ma va rilanciato con vigore «da oggi alla metà del 2007». Non è che ci si potessero aspettare parole diverse da queste dall'ex-presidente della Commissione, ma fa specie che questa retorica trita e ritrita venga riproposta, non tenendo conto di come la situazione politica europea sia cambiata da quando Prodi ha terminato il suo mandato. In Germania il governo Merkel, pur essendo sostenuto dalla grosse koalition, è altra cosa da Schroeder; in Francia Chirac è stato di fatto costretto, per vari motivi, a rivedere le sue posizioni; Tony Blair ha denunciato i limiti dell'attuale modo di funzionare delle istituzioni europee. Prodi, invece, ha ancora in mente l'asse franco-tedesco che si oppose frontalmente all'America di Bush e portò a un pericoloso isolamento politico dell'Europa. Insomma, un'idea vecchia di Europa, una visione senza reali e significative prospettive di medio-lungo periodo. Ma Prodi va capito. Che altro potrebbe dire, se non evocare il feticcio della «sua» Europa, quando nella coalizione che lo sostiene le posizioni in politica estera sono così diverse quando non opposte? E' così vago e generico, il Professore, perché oltre non può spingersi. Sulla stessa questione europea, ad esempio, la vera linea motivata culturalmente all'interno del centrosinistra è quella espressa da Rifondazione Comunista, che non ne vuol proprio sentire parlare di «più Europa» e propone una strategia maggiormente sensibile alle istanze terzomondiste e no-global, alla questione del sud del mondo, con particolare attenzione a quello che sta accadendo in America Latina. Così, non avendo idee autenticamente nuove e non potendo esprimere una posizione unitaria in politica estera, Prodi si riduce a attacchi strumentali contro il governo Berlusconi. Attacchi che fanno persino sorridere, tanto sono surreali. «L'attuale governo - ha dichiarato ieri da Bruxelles - ha rotto con la tradizione europeista dell'Italia, ha imboccato la via del populismo». L'impegno europeo dell'esecutivo Berlusconi è invece sotto gli occhi di tutti. Negli anni dell'asse antiamericano Schroeder-Chirac, il presidente del Consiglio si è impegnato per tenere vivo politicamente il legame euro-atlantico, ha rafforzato l'idea dell'Europa come parte dell'Occidente e non come altro da esso. Inoltre, tra le altre cose, nel semestre di presidenza Ue Berlusconi ha lavorato per la realizzazione del progetto dei cosiddetti «corridoi», un nodo infrastrutturale strategico per il rilancio economico del Vecchio Continente. Per l'Italia, tutto ciò ha significato, in sostanza, la crescita del prestigio internazionale del Paese, tornato finalmente a svolgere un ruolo di primo piano anche sullo scacchiere europeo. Prodi, dunque, mente sapendo di mentire. Va a Bruxelles soltanto per gettare fango, in maniera gratuita, sull'immagine dell'Italia e del governo che la rappresenta. E, concludendo - si fa per dire - in bellezza, afferma, con una battuta presa in prestito dal famigerato esponente socialdemocratico Schulz: «Nel '94 l'addio al Cavaliere (apparso in un editoriale del Corriere della Sera, ndr) si rivelò un arrivederci. Questa volta sarà un addio per davvero». Questa voglia di cancellare Berlusconi è l'unico, vero programma di un'Unione divisa su tutto e di un leader che, per nascondere il suo vuoto politico e la debolezza della sua posizione, va in giro per l'Italia e per l'Europa raccontando menzogne, anche al costo di infangare quello stesso Paese che a parole dice di amare tanto.
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Ragionpolitica, periodico on line n.146 del 30/1/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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