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6 marzo 2008
 
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Difendere la vita per difendere il senso della vita

di Gianteo Bordero - 6 febbraio 2006

«A che vale la vita - si chiedeva Giacomo Leopardi - se la felicità non esiste?». Non c'è, forse, domanda ancora oggi più bruciante di questa: essa esprime tutta la tensione dell'uomo alla ricerca di un significato stabile e decisivo per l'esistenza. Drammaticamente, però, emergono proprio nel nostro tempo gli esiti devastanti di una cultura che, a partire dal secolo scorso, ha teso a scindere la dimensione della vita da quella della felicità, ponendo questi due fattori in contrasto tra loro e dando così vita a un dualismo che ha avuto, come conseguenza più evidente, la ricerca a tutti i costi della fuga dalla realtà, dalla vita qui ed ora, come soluzione al problema della felicità personale.

Sembra questo, ormai, un dogma dei nostri anni, un sottinteso di partenza per qualsiasi riflessione sulle grandi questioni dell'esistenza: non c'è felicità se non nella fuga, nell'evasione, nell'uscita dall'apparente insufficienza del presente per trovare rifugio nel paradiso artificiale dell'alienazione e della dimenticanza di sé. Non è un caso che in questi anni abbiano trionfato e trionfino ancora le cosiddette «tecniche del benessere», importate dall'Oriente, che altro non sono se non la sublimazione di questo dogma della fuga e dell'evasione. La vita non ci soddisfa, e sembra automatico pensare che la felicità stia altrove. Il corollario di questo assunto, poi, è che la libertà consista proprio nello sciogliere le catene della precarietà del presente per librarsi nel cielo senza nuvole di un non meglio precisato «star bene con se stessi».

Ma la realtà, che come si suol dire è testarda, ci mostra come questa ideologia dell'evasione e del benessere non risponda esaustivamente alla domanda di Leopardi. Semplicemente la elude, ponendo uno iato di fatto incolmabile tra vita e felicità, considerate come i poli opposti di una tensione dualistica in cui l'uomo viene, in sostanza, frammentato e scisso. Gli esiti sociali di questa scissione sono sotto gli occhi di tutti.

Su questi temi è incentrato il messaggio della Conferenza Episcopale italiana diffuso in occasione della Settimana per la Vita, che ha preso il via ieri. «Ognuno - si legge nel testo - ha racchiusa nel segreto del suo cuore la propria strada verso la libertà e la felicità. Ma per tutti vale una condizione: il rispetto della vita. Nessuno potrà conquistare libertà e felicità oltraggiando la vita, sfidandola impunemente, disprezzandola, sopprimendola, scegliendo la via della morte». A queste parole dei vescovi italiani hanno fatto eco, sempre ieri, quelle di Benedetto XVI, che all'Angelus ha affermato: «Ogni vita umana, in quanto tale, merita ed esige di essere sempre difesa e promossa. Sappiamo bene che questa verità rischia di essere spesso contraddetta dall'edonismo diffuso nelle cosiddette società del benessere: la vita viene esaltata finché è piacevole, ma si tende a non rispettarla più quando è malata o menomata». Questo richiamo al valore della vita, prima ancora che indicazione morale, ha radici che si collocano a un livello ontologico e antropologico. Esso ci ricorda che l'esistenza è innanzitutto un dono, qualcosa che si è ricevuto e che, come tale, va trattato. Ci ricorda, ancora, che la struttura stessa con cui veniamo al mondo riflette l'atto d'amore del Creatore, e quindi che la vita è nella sua essenza bene.

Pensare che la felicità sia in contrasto con la vita è il segno di una cultura che ha dimenticato le fondamenta del nostro essere uomini, che ha stravolto l'idea stessa di natura umana. Invece, come ha sottolineato sempre ieri il Papa visitando la parrocchia di Sant'Anna, «il rispetto pieno della vita è legato al senso religioso, all'atteggiamento interiore con cui l'uomo si pone nei confronti della realtà, se come padrone o come custode... In ultima analisi, se vien tolto alle creature il loro riferimento a Dio, come fondamento trascendente, esse rischiano di cadere in balia dell'arbitrio dell'uomo che può farne, come vediamo, un uso dissennato».

Se domina dunque nella società una cultura che ha reciso i legami dell'uomo con la sua origine e ha oscurato il rapporto della persona con la trascendenza, è inevitabile che i soprusi nei confronti della vita vi siano, e che essi vengano compiuti il più delle volte nel nome stesso della felicità, del benessere e dell'appagamento a tutti i costi del desiderio. Se è così, se questa cultura sottilmente menzognera è presente ed esercita il suo richiamo su chiunque, allora ciò che occorre è recuperare il senso originario di certe parole (vita, felicità, libertà), riprenderne in mano l'origine, riscoprirne il valore. Non è una questione semantica, ma la necessità di un'opera educativa che sappia mostrare all'uomo il suo vero volto, la sua apertura originaria a ciò che lo trascende, la possibilità della felicità e della libertà dentro la vita e non contro di essa. Un'educazione alla drammaticità dell'esistenza e alla fatica del vivere nel tempo dell'«edonismo» e delle «tecniche del benessere» che gettano litri di cloroformio sulla verità del nostro essere e di ciò che ci circonda.

! Gianteo Bordero
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