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Vignette, Iran e fatwadi Giovanni Vagnone - 11 febbraio 2006 La pantomima delle vignette prosegue. Se n'è scritto e parlato molto, e si potrebbe dire anche troppo se non fosse per il peso che gli atti di un'altra civiltà hanno avuto e stanno avendo ancora oggi. Di altra civiltà infatti si tratta, e sempre più chiaramente in conflitto con la nostra. La notizia ultima, in ordine di tempo, è quella relativa alla fatwa che Vittorio Feltri e la redazione di Libero hanno ricevuto per aver pubblicato anche loro i fatidici ed incriminati disegni. Da un lato c'è chi si indigna, chi protesta per la nostra mancanza di delicatezza, per la nostra attitudine a dissacrare simboli che per noi non hanno più un valore intoccabile, ma che per gli altri restano invece intangibili sacralità: e così le autocritiche danesi e francesi vengono a formarsi in un clima che è insieme di paura e di autocensura. Un misto di stranezze, a dir la verità: si parla di semplicistico e populista binomio terrorismo-Islam, si tornano a fare i soliti discorsi nella sinistra più estrema che è poi la sinistra italiana, di politically correct anti-americanismo. Noi siamo gli aggressori, noi ci permettiamo di denigrare con tratti simili a quelli che negli anni trenta erano indirizzati a discapito del popolo ebraico. Noi qui, noi là. Di contro vediamo le reazioni di un mondo in subbuglio, che brucia bandiere e croci per le strade, e perché no, qualche ambasciata. Riconosciamo uno stile, di massa, che gli intellettuali che ospitiamo continuano ostinatamente a definire moderata, nelle esplosioni incontrollate di violenza rivolta massicciamente nei nostri stessi confronti. E come rispondiamo ad accuse dirette? Abbassando il capo, facendo una piccola riverenza, arrossendo come dame ottocentesche per l'imbarazzo. Ma come per i discorsi della sinistra sui rapimenti di ostaggi «mercenari», torna la questione di base del conflitto tra due civiltà, ovvero il metro della misura e l'inversione freudiana di vittime-aggressori. Pur non potendo parlare, questa volta, di sindrome di Stoccolma, possiamo però interrogarci su come sia possibile che si dia ascolto a chi addita una vignetta condannandola al terribile rango di xenofoba, di banale, di mal disegnata (è del Corriere della Sera una lunghissima trattazione sull'estetica dell'oggetto del dibattere), e contemporaneamente non si corruccia neppure un po' per le sfilze di dichiarazioni e di condanne a morte che non segnano una censura, o una limitazione della libertà di stampa, ma trascendono entrambe le cose arrivando ad un totalitarismo alieno alla nostra sensibilità di viziati e agiati radical chic. Così Feltri viene condannato a morte, e la notizia appare solo su Libero stesso, con un po' di velato orgoglio per aver dimostrato ancora una volta di avere ragione ad avere la posizione e la linea di azione «alla Fallaci»; così da Ferrara, ad Otto e Mezzo, compaiono esperti che non sono d'accordo su niente se non sul fatto che «sì, tra Islam e occidente ci sono tensioni che sono pronte ad infiammare gli animi», parola di Sherif el Sebaje. E a chi sembra che tutto questo sia un po' troppo riduttivo, bastano i moniti dei pacifisti ormai sempre meglio, gerarchicamente, organizzati come falange politica di certi partiti: noi, oppressori, dobbiamo cospargerci il capo di cenere; il nemico dei nostri nemici (insomma, il nemico del centro destra filo-americano) è nostro amico, quindi ha ragione. Se i musulmani sostengono di aver reagito così per la loro sensibilità particolare al tema religioso, e ribadiscono che mai da loro si offenderebbero simboli di altri culti (in effetti ci si limita spesso a perseguitare coloro i quali osino mostrarne l'appartenenza), per quanto tutti possano facilmente trovare in internet vignette con pontefici in atteggiamenti poco dignitosi e molto belligeranti, ebrei quasi demoniaci e quant'altro faccia sfiorire le vignette danesi del settembre scorso al rango di lievi ovvietà, allora bisogna dar loro ragione. Dimentichiamoci la loro propaganda anti-occidentale, dimentichiamoci pure tutto. Ma sempre di più, dopo tante analisi dottrinali, studi sul Corano, discorsi antropologici e politici, sembra che l'autogol lo stiano facendo i sostenitori dell'Islam moderato: non è, come ci si vorrebbe convincere, quello numericamente più rilevante, ma è una minoranza che, guarda caso, è tutelata proprio da noi occidentali, contro i «fratelli musulmani» che avrebbero la volontà di esercitare il loro «sacrosanto diritto» di esecuzione sommaria degli apostati. E per chi si chiede cosa c'entrino ambasciate e richieste di scuse da parte delle nazioni è facile rispondere con le parole del Presidente dell'Iran, quel caro ragazzo che sta mettendo in subbuglio l'Onu perché ha deciso di arricchire l'uranio e, se mai capitasse, armare qualche testata nucleare: i Paesi in cui sono state pubblicate queste vignette sono colpevoli di non aver esercitato un sufficiente controllo sulla loro stampa. Evviva! Evviva la libertà, nel senso più ampio possibile, quella di satira certo, ma anche quella di stampa, espressione, opinione. La Merkel dalla Germania ammette di aver imparato dalla storia del suo paese: meglio non lasciar troppo correre, chi vuole con il terrore sottomettere gli altri.
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Ragionpolitica, periodico on line n.148 del 13/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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