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L'annullamento del male

di Antonio Iannaccone - 7 febbraio 2006

Un'amara risata rischia di seppellirci. E non mi riferisco tanto alla fatale comicità di qualche vignettista nordico reo di lesa islamicità e ai conseguenti falò di ambasciate danesi che si susseguono a catena. Certo, la violenza cieca e insaziabile è quel che spaventa di più e appare essere quanto di più vicino al male puro.

Eppure, vi è un pericolo maggiore che sta a monte sia del fanatismo omicida che dell'ignavia occidentale, ed è, ironia della Storia, proprio l'opposto, ovvero l'annullamento del male. Questa è la vera minaccia che sta corrodendo oggi l'uomo dall'interno, sia nel versante islamico che in quello dell'occidente post-cristiano: la drammaticità del male, intesa come possibile scelta dell'Io nel suo mistero di libertà, si va progressivamente svuotando di significato, fino ad annullarsi nell'indistinto della sola sfera pubblica. Da una parte, la società islamica si fonda proprio su questo trasferimento della libertà personale in un collettivo religioso, la cui teologia coincide con la politica: così, ogni violazione del sacro (la vignetta) deve trovare una risposta collettiva e pubblica, ovvero un atto di riparazione «politica» (l'ambasciata bruciata o il sacrificio umano del prete di frontiera). Dall'altra, la società occidentale va proponendo un modello di libertà del singolo che ha un senso solo se fondata sul potere. Della frase evangelica tanto declamata quanto fraintesa - «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» - l'unica parte che ci interessa è la prima, dimenticando drammaticamente, però, che non tutto è di Cesare e che esiste un irriducibile quid intangibile e misterioso che precede il potere di chiunque (persino di me stesso) sull'Io.

Insomma, anche in Occidente vige una vera e propria religione, quella della libertà come potere, inteso come invadenza dello Stato e insieme come dominio assoluto sulla vita e su se stessi. Abolendo il dramma del male da oriente come da occidente, l'uomo si trova oggi stretto in una mortale tenaglia che rischia di soffocarlo e di confonderlo. Sintomo di quest'annebbiamento è il pressoché totale travisamento che si è fatto della prima enciclica di Benedetto XVI, ridotta o a un generico sentimentalismo o a un banale programma politico di amorevole distribuzione delle ricchezze (come fa ad esempio Eugenio Scalfari su La Repubblica del 5 febbraio). E invece il Papa invita il mondo a ben altro. Quando scrive esplicitamente che «non c'è nessun ordinamento statale giusto che possa rendere superfluo il servizio dell'amore» (paragrafo 28) afferma proprio il fatto che la carità non può essere definita dal potere, ma dalla libertà. Questa è l'amorevole sfida che il pontefice lancia all'uomo di oggi: un ritorno alla profondità dell'Io fino all'impensabile dono di sé.

! Antonio Iannaccone
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