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Quel che resta dell'Occidentedi Raffaele Iannuzzi - 8 febbraio 2006 La globalizzazione produce nuovi linguaggi e contamina le semantiche politiche, riduce a niente i pregiudizi e i luoghi comuni, lasciando la realtà sovranamente violenta sulla scena del mondo. Tutto, in questo giro di giostra senza direzione univoca, appare indecifrabile. Ma i fatti, nonostante tutto, continuano a permanere, testardi, nella realtà, anche quando le idiosincrasie ideologiche celebrano nuovi fasti e ci tocca, così, assistere a memorandum ebeti su cosa è cosa non è il cristianesimo, l'Islam, l'Occidente: quando chiuderà bottega quell'arnese borioso e saccente di Scalfari? E' solo un esempio, ma altri protagonisti di questo show permanente di bon ton dialogante e ammiccamenti a paure ancestrali rigiocano un ruolo con panni che volevamo dimessi da tempo, ma così, ahinoi, non è: Andreotti e l'andreottismo di maniera, ultimo decalage bizantino del Nulla postmoderno. Vignette che hanno quattro mesi di vita e che soltanto oggi - nessuna casualità, ovviamente - destano indignazione nelle plebi islamiche: e nessuno riesce a cogliere un intreccio strategico in tutto questo? Continuiamo ancora a discettare di libertà di stampa, intolleranza islamica, nessuna libertà assoluta di fronte al sacro, con gente come Galimberti che del sacro sa quel che conviene all'ateo, cioè niente di più del bignami delle banalità; e nessuno, ripeto, coglie in questo perverso intreccio strategico lineamenti di leninismo stratificati e resi appoggio militare fin dentro il corpo dell'Islam ormai autoreferenziale, con nessun moderatismo, inquinato dal wahabismo, malattia infantile dell'islamismo? Siamo tutti esperti del Nulla oggettivo e non circola fra noi nessun empirista eretico, neppure nei nostri dintorni? Eppure, il punto è chiaro: se noi continueremo a finanziare Hamas, a giocare di rimessa con il wahabismo leninista, a ripudiare le critiche dell'ignavia dell'Occidente, a tradurre il dialogo con la resa, sic et simpliciter, la partita sarà persa e la globalizzazione diventerà l'inferno del nostro mondo. E ciò proprio perché la forza non avrà trovato le sue ragioni chiare, limpide, oggettive: io non ce l'ho con l'Islam, e men che meno con le plebi islamiche, anzi loro sono anche una grande civiltà religiosa, prendo soltanto atto che mi fanno la guerra e rispondo. Punto e a capo. Così si crea un futuro possibile, evitando la sindrome di Monaco. A proposito di Monaco e dintorni, la Merkel, sempre più Cancelliere e sempre meno Frau, grazie a Dio, le ha cantate chiare all'Iran, e di fronte alla qualificata platea della Conferenza per la sicurezza, appunto a Monaco, Rumsfeld presente, quasi convitato di pietra: siamo di fronte ad una sorta di ascesa nazista, armiamoci in tempo e reagiamo ora, non quando tutto è compromesso. A Monaco, ripeto, parole pronunciate a Monaco. Noi, in Italia, vagoliamo fra Andreotti e il dialogo fra le culture e i resistenti anti-occidentalisti, con in corpo tanto odio per la nostra civiltà da incendiare il globo terracqueo. Optime. E dunque? Che fare? Forse il primo passo da fare è rendersi finalmente conto che il problema drammatico non sono loro, ma siamo noi. Che ne è dell'Occidente oggi? Attenderemo ancora a lungo, con perfido e perfetto masochismo, altri oltraggi, da ingoiare con imbelle vanità, oppure risaliremo la china con le armi delle idee, della religione e della politica? Che ne è dell'Occidente, oggi? E che ne sarà domani?
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Ragionpolitica, periodico on line n.147 del 6/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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