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La mano dietro le vignette

di Riccardo Meynardi - 8 febbraio 2006

Se dalla Danimarca parte una delegazione di Imam, alla cui testa è un certo Abu Laban, in direzione dell'Arabia Saudita e passando per Damasco, Beirut, il Cairo; se questa delegazione porta con sé e diffonde le dodici vignette del Jyllands Posten più altre tre false e realmente offensive; se a Londra si urlano nelle piazze slogan del tipo «Europe is the cancer, Islam the answer» - l'Europa è il cancro, l'Islam la cura; se in tutta Europa iniziano a circolare rappresentanti di moschee e associazioni islamiche e chiedono di parlare con ambasciatori e ministri, tutto ciò significa che il tessuto islamico europeo è radicato in maniera capillare e compatta sul suolo di casa nostra. Che è anche casa loro. Il che è molto peggio che avere solo qualche cellula terroristica sparpagliata qua e là. Significa che se qualcuno lo volesse, probabilmente ce li troveremmo in piazza a bruciare le nostre macchine, com'è successo a Parigi, per quattro disegni.

Dicevo, il distinguo tra casa «nostra» e casa «loro» rimane necessario. Gli islamici non saranno mai parte di noi. È evidente la loro intenzione di creare una comunità nella comunità. Non hanno nessun interesse ad integrarsi, a rispettare leggi laiche e non coraniche. Non sarei affatto stupito se, tra vent'anni, l'Imam di turno avanzasse senza troppa timidezza la proposta che l'Unione europea divenisse piuttosto Unione europea e islamica, l'Uei.

È pur vero che esiste una parte di Islam che riconosce le leggi dello Stato che lo ospita, ma non è con questo Islam «moderato» che ci tocca fare i conti. Ci si trova sempre a discutere e a combattere con chi ha alzato la voce, con chi urla e solleva le piazze. E gli stessi musulmani che vanno a protestare davanti alle ambasciate e ammazzano i nostri preti, gli stessi che incendiano bandiere e danno la caccia agli occidentali sulla loro terra si trovano a rendere conto a chi fa la voce grossa, a quella parte di Imam infuocati che li scomunicherebbero se non andassero in piazza a gridare. Perché non va dimenticato che uno dei reati maggiori della religione islamica è l'apostasia, sarebbe intollerabile non difendere il profeta Maometto. Se in Iran qualcuno restasse a casa, lo andrebbero a cercare.

Il sospetto che quella per le vignette non sia una sollevazione spontanea è confermato, poi, da un paio di fatti. Prima di tutto la sollevazione di questa mattina (ora italiana) avvenuta in Pakistan. Tre o quattromila persone sono scese nelle strade per manifestare contro la profanazione del Corano, in seguito al ritrovamento di alcune copie del libro sacro in un canale di un quartieraccio di Lahore. È esattamente quel tipo di reazione spontanea indotta dalla situazione di tensione globale di cui avevano bisogno al Qaeda e le altre organizzazioni terroristiche. Situazione di tensione che trova riscontro anche nella morte di Don Andrea. Il ragazzino di sedici anni che gli ha sparato due volte dice di essere stato sconvolto dalle vignette su Maometto. Può essere. Ma è anche lecito pensare che l'omicidio sia stato manovrato o indotto da qualcuno a cui l'opera di Don Andrea non piaceva affatto.

Uno scontro di civiltà è assolutamente da evitare. Ma il sentore che sia già in atto da un pezzo è vivo. D'altronde incrociare un arabo per strada mentre vado in redazione mi lascia del tutto indifferente, ma con la mia faccia e magari i capelli biondi non mi farei mai una passeggiata in centro a Teheran. È un rapporto asimmetrico, che non permetterà tanto facilmente di parlare di «noi» e basta, ma ci costringerà ancora per un pezzo a distinguere fra «noi» e «loro». Fra chi tollera e chi vuole conquistare con il sangue.

! Riccardo Meynardi
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