|
|||||||
|
|
Medioriente: l'unica via percorribile è la democraziadi Stefano Magni - 9 febbraio 2006 Quando una democrazia deve difendersi da sé stessa? Come fa una democrazia a rimanere tale se a concorrere sono solo partiti anti-democratici? A queste domande, il filosofo liberale Karl Raimund Popper, ne La società aperta e i suoi nemici rispondeva: «In una democrazia, l'integrale protezione delle minoranze non deve estendersi a coloro che violano la legge e specialmente a coloro che incitano gli altri al rovesciamento violento della democrazia». E se i partiti anti-democratici dovessero vincere? Quale atteggiamento dovremmo mantenere? Accettare la sconfitta? O accettare la soppressione della democrazia nel nome della libertà? I liberali classici hanno sempre o quasi fornito questa seconda risposta. In tempi recenti è soprattutto il politologo Fareed Zakaria, americano di origine indiana, a sottolineare che democrazia e libertà non sono gli stessi valori: la democrazia può portare alla vittoria di partiti che vogliono sopprimere la libertà dei cittadini e con essi anche la stessa democrazia. I casi di democrazie anti-liberali sono diffusi soprattutto in Paesi del Medio Oriente, dell'Asia e dell'America Latina, dove non ci sono forti radici culturali individualiste. Zakaria ha sfiducia nell'esportazione della democrazia (anche se era favorevole all'intervento militare contro l'Iraq di Saddam Hussein), ma fiducia negli effetti di lungo periodo del mercato e della globalizzazione, come strumento per rendere più individualiste le società extra-europee. Di fronte al dilemma della democrazia non ha dubbi: meglio la dittatura illuminata, o «autocrazia liberale». A riprendere questa tesi, sul Corriere della Sera, è stato Giovanni Sartori, popperiano e da sempre studioso del funzionamento della democrazia. Il caso sotto esame è da manuale: le elezioni palestinesi vinte da Hamas. I precedenti indicati da Sartori sono altrettanto espliciti: l'Iran dopo lo scià di Persia e l'Algeria, in cui le prime libere elezioni sono state vinte dagli integralisti islamici del Fis. In tutti i casi le elezioni avvengono in un contesto non democratico, in cui la cultura dominante porta a seguire un dittatore populista. Le elezioni si riducono a plebiscito e la democrazia diventa «demonocrazia»: chi vince promette che il voto sarà il primo e l'ultimo. Sartori non fornisce una risposta esplicita al dilemma della democrazia, ma si intuisce bene quale è il suo principio: meglio un'autocrazia liberale. Era meglio che gli Americani non avessero abbandonato lo scià e il suo regime militare ed è stato meglio per tutti che i militari abbiano preso il potere in Algeria. Di fronte al dilemma della democrazia, possibile che nessuno si chieda che cosa siano le autocrazie? A cosa abbiano portato? Il politologo americano Rudolph J. Rummel dimostra che più il potere è concentrato in poche mani e non sostituibile con mezzi pacifici, più il processo politico diventa violento. Perché non restano che le armi e il fanatismo degli oppositori per sostituire chi governa. Nel Medio Oriente questa è la regola: in Algeria, dopo un trentennio di dittatura socialista filo-sovietica, l'unica opposizione che è emersa è stata quella dell'islamismo militante, armato e totalitario. Nell'Iran sotto la monarchia modernizzatrice e socialista dello scià Reza Palhevi, è sopravvissuto soprattutto il fanatismo islamista di Khomeini, nel suo esilio a Parigi. Oltre a una serie di piccoli partiti illiberali e terzomondisti che sono stati ben presto spazzati via dagli islamisti subito dopo il rovesciamento dello scià. Sotto l'autoritarismo di Sadat e poi di Moubarak, in Egitto, l'unica opposizione che veramente si sta radicando nella popolazione è quella islamista dei Fratelli Musulmani. Sotto la dittatura, prima laica poi sempre più islamista di Arafat, l'unica opposizione che è emersa (e ora trionfa) è quella islamista di Hamas. Allora: è l'autocrazia che genera mostri, questo sembra chiaro. E nel Medioriente, come ha ricordato bene lo storico Victor Davis Hanson, tutti i tipi di autocrazia sono stati sperimentati: quella laica e modernista alla Palhevi; quella laica e nazionalista alla Nasser; quella terzomondista alla Gheddafi; quella sovietica dello Yemen; quella tradizionalista dell'Arabia Saudita e delle piccole monarchie del Golfo; quella islamista di Khomeini e dei Talebani. Sono tutti esperimenti falliti: tutti, senza eccezione. Tutti hanno creato miseria, violenza, terrorismo. Al Medio Oriente non resta che la democrazia. Giovanni Sartori, nel 2003, era fieramente contrario all'esportazione della democrazia in Iraq: per timore di una vittoria democratica di partiti islamisti. Ma la democrazia rimane l'unica via ancora percorribile nel Medio Oriente per creare quel «contesto democratico» che qualsiasi dittatura non può che negare.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.148 del 13/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||