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Una sinistra anacronisticadi Letizia Bandoni - 13 febbraio 2006 Leggendo il programma dell'Unione, Daniele Capezzone, leader dei Radicali italiani nonché membro dello schieramento capeggiato da Romani Prodi, commenta e giustifica così la ritrosia dimostrata nell'aderire al malloppone di 280 pagine: «La Rosa nel pugno ha posto la questione dei pacs e dello stop ai finanziamenti della scuola confessionale. E si tratta di questioni rilevantissime. Ma non c'è solo questo. C'è, almeno altrettanto importante, tutta la parte economica e sociale del programma che va migliorata, sottraendola a quanto di vago, di ambiguo, di indeterminato che la caratterizza». Finalmente! Silvio Berlusconi ha ragione, ancora: il programma di Prodi è solo fumo e non è un forzista né un segretario di partito della Casa delle Libertà ad affermarlo, ma proprio chi ha contribuito a scrivere quel «Manuale del piccolo alchimista». È un programma vago, ambiguo, indeterminato: parola di Capezzone. Non c'è solo un mancato accordo sul problemuccio dei Pacs, problemuccio che hanno voluto mettersi in casa «sposando» Luxuria e Bertinotti, c'è addirittura una indefinita soluzione dei problemi economico e sociali. Sta proprio qui il bello: il centrosinistra si pone come alternativa di governo al cospetto degli italiani senza avere la più pallida idea concreta di come riuscire a migliorare la loro vita; il centrosinistra esce con spot elettorali sul tema del lavoro e delle pensioni nonché sulle politiche giovanili, proposte che, non solo sono appellate come ambigue da Capezzone, ma che sono veramente anacronistiche e che, qualora venissero realizzate, metterebbero a repentaglio il futuro dei ragazzi, dei lavoratori, di milioni di pensionati. Cerchiamo di capire partendo dal tema dei contratti di lavoro. Bertinotti dice che un ipotetico Governo Prodi lavorerà per il «superamento della legge 30» (questa è l'ambiguità: cosa vuol dire «superamento»?) mettendo «il contratto a tempo indeterminato al centro delle politiche di welfare» (questo è l'anacronismo). Fingiamo, per un attimo, che l'Europa non stia richiedendo una maggiore flessibilità al mercato del lavoro italiano, maggiore anche di quanto finora determinato dal Governo Berlusconi. Fingiamo, quindi, che l'azione spot annunciata dal centrosinistra sia avallabile dalla Commissione Europea. Posta questa finzione - ossia occultando un reale vincolo alla realizzabilità di quanto promesso da Prodi, vincolo imposto dalla normativa europea - sorge spontaneo chiedersi: i signori della sinistra dicono che le aziende italiane sono in crisi e pensano di risolvergli il problema della competitività, della diversificazione cercando di fargli sposare per la vita il personale addetto? In questa fase di ripresa economica, le aziende stanno ridisegnando la propria strategia e l'identità dei propri prodotti, hanno bisogno di misurarsi con le proprie capacità, stanno puntando su una profonda riconversione dei processi produttivi, stanno investendo e compiono ogni scelta oculatamente percorrendo le soluzioni che diano maggiore efficacia e che comportino la maggiore flessibilità ed il minor dispendio di costi, onde contenere il prezzo di vendita dei prodotti sul mercato internazionale. L'obbligo di assumere a tempo indeterminato presume una certezza imprenditoriale sul futuro che oggi il sistema produttivo non ha più, in Italia come nel mondo, perché una strategia aziendale disegnata ora, con le regole ed i sistemi che il mercato impone ora, può non valere domani. La struttura produttiva predisposta adesso (10 o 50 operai) può non equivalere alla struttura che il mercato impone domani e le aziende non hanno alcun interesse a trasformare un dipendente in un elemento strutturale immodificabile della propria organizzazione. Risultato? Nessuno assumerà nessun «marito» o nessuna «moglie»; le produzioni verranno sempre di più spostate all'estero nei paesi dove non esistono, giusto o non giusto, tanaglie burocratiche nel mercato del lavoro. L'Italia diverrà un popolo non di precari ma di disoccupati. Forse la pillola dello «sposalizio» potrebbe essere addolcita abolendo tutti i vincoli che oggi esistono e che frenano, e quasi rendono impossibile, il licenziamento del personale. Ma il centrosinistra non lo prevede affatto, tutt'altro. La famosa polemica sull'articolo 18 sta sempre a cuore al caro Bertinotti che afferma che, qualora salisse al Governo con Prodi, verrebbe attuato un blocco ai licenziamenti applicando la normativa prevista nei contratti collettivi nazionali di lavoro delle aziende industriali al di sopra dei 15 dipendenti, anche alle imprese che contano un organico inferiore. Ma questi signori si sono accorti che le piccole aziende, quelle manifatturiere, sono quelle che fino ad oggi hanno sorretto il nostro sistema imprenditoriale e che, allo stesso modo, hanno pagato il prezzo maggiore dalla competitività dei paesi asiatici? I signori della sinistra hanno capito che sono proprio le piccole aziende ad aver bisogno oggi di una concreta flessibilità strutturale per ricostruirsi una posizione sul mercato? Lo hanno capito, o no, che porre loro il vincolo del lavoro a tempo indeterminato sempre e comunque «finché morte non ci separi» vuol dire scrivere già la loro lapide? Questa è la morte del sistema imprenditoriale italiano, è la morte della possibilità, per i nostri giovani anche talentuosi, di giocarsi la partita nel mercato del lavoro, è la morte di coloro che oggi, malauguratamente, sono usciti dal mercato del lavoro dopo anni di attività e non riescono a rientrarci anche in virtù di un problema anagrafico (età). Questo è l'anacronismo. Predicano la piena occupazione e la lotta al fantomatico precariato e poi attuerebbero un programma fallimentare che crea solo opportunità di disoccupazione. Predicano una spinta competitiva al sistema imprenditoriale e privano le nostre aziende dei necessari strumenti di competizione. Ora è tutto chiaro. Il programma dell'Unione non è solo fumoso ma è addirittura in netta controtendenza con ciò che viene richiesto, sul piano internazionale, per permettere la piena ripresa del sistema economico del nostro tempo. Lo svantaggio è doppio: la loro è un'iniziativa che induce alla disoccupazione delle nuove generazioni, ad una violenta delocalizzazione della produzione. Si prospetta un sistema sociale in cui pochi assunti a tempo indeterminato (la vecchia guardia del mercato del lavoro) pagano le tasse, le pensioni, il sussidio di disoccupazione a milioni di persone che girano per le strade ed affollano i centri di accoglienza. Equilibrio molto precario che imporrà un aumento della tassazione. Insomma, un sistema di prelievo continuo che finanzia la miseria e non la ripresa. Chi lavora pagherà col proprio sudore e con le proprie tasche le folli scelte politiche dei signori della politica servi dell'Unione, quelli che a lavorare non ci sono mai andati altrimenti avrebbero capito da subito le castronerie che vanno dicendo. L'Unione, che somma i disobbedienti e coloro che vanno praticando gli espropri proletari di Caruso con i transgender di Luxuria e con i moderati di Mastella, già rappresenta di per sé un volto transgenico di un'Italia che non c'è e che non vogliamo; inoltre si veste di un programma che fornisce alchimie anacronistiche che escluderebbero l'Italia dallo scenario mondiale sia economico che sociale, pertanto sorge spontaneo chiederci: ma è proprio necessario mandare tutto il nostro futuro in fumo?
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Ragionpolitica, periodico on line n.148 del 13/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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