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La Tav trafora il programmone

di Gabriele Cazzulini - 13 febbraio 2006

Neanche ventiquattro ore dopo il suo battesimo ufficiale, e già divampa il conflitto sul «programmone», sullo zibaldone di pensiero e proposte dell'Unione che brama il potere. La lite non è ancora sui contenuti: sarebbe uno sfoggio di pragmatismo sconosciuto al centrosinistra. Il pungolo della discordia pizzica su ciò che c'era ma non c'è più, su quello che ci potrebbe essere in futuro e su quello che potrebbe non esserci più. No, non è un esercizio grammaticale per allenare gli scolari sulle coniugazioni dei verbi, ma il nuovo groviglio che ha immobilizzato il centrosinistra. Duecentottanta pagine sono come un parcheggio a mezzogiorno di ferragosto: tutto occupato da centinaia di proposte, idee, divieti, obbligazioni, ripetizioni e abiure - e nonostante quest'ammasso di parole che occupano spazio, sono le idee senza un posto a far alzare gli occhi dal pesante fardello assorbi-inchiostro.

Questa volta è la Tav, l'alta velocità in Val di Susa che ha scatenato l'ira funesta delle schiere più moderate dell'Unione, piantate tra i petali della Margherita e sotto la quercia dei Ds. Un progetto altamente tecnologico e modernizzatore per riportare l'Italia sul binario del progresso tecnologico sembra essere finito sul binario morto. La fermezza della reazione di Ds-Margherita proviene anche dal valore simbolico che possiede la questione tecnologica, l'ultimo fortino dell'ideologia progressista che ancora resiste, dopo che la questione morale è stata liquidata (letteralmente). Torino-Lione rischia seriamente di restare soltanto un tragitto tra due famose città europee, da percorrere senza usare le ferrovie italiane. Non solo i vertici nazionali dei due partiti ma anche i loro leader locali sono pronti a scendere nelle valli piemontesi per manifestare la loro risoluta intenzione di andare avanti coi lavori della tav.

Proteste, sempre proteste. Il centrosinistra è una sfera: da qualunque angolazione è un conflitto continuo. Alle proteste di Ds e Margherita risponde il fondamentalismo ambientale dei verdi i cui rigurgiti comunitari e anti-industriali si fanno ora più vibranti. La nevrosi isolazionista dei verdi trova nel programmone un'insperata dose di anti-depressivo che calma la fobia da Tav. Per i verdi il programmone è diventato ormai come la vacca per gli indiani, la costituzione per Scalfaro e la repubblica per Scalfari (incroci intercambiabili): è sacro e intoccabile. Come dire: l'arbitro si è sbagliato a fischiare un rigore inesistente, ma la squadra beneficiaria lo difende.

La questione della Tav è un problema più complicato, perché «trafora» il semplice programma, inteso come insieme delle cosa da fare, per sbucare nella programmazione, cioè nella definizione di una strategia con cui organizzare queste cose da fare. Non è solo un problema di tempi, come la parola «priorità» sembra voler nascondere sottilmente. Affermare che la tav non sia una priorità del primo anno di legislatura, vuol dire eludere il problema. Ci mancherebbe ancora che il prolisso programma sia relativo al primo anno di governo. Se fosse così, ci vorrebbero mille quattrocento pagine per coprire l'intera legislatura. E basterebbe solo un anno ad esaurire l'intero programmone? O è scritto in modo inutilmente ridondante, oppure è un documento che non ha nessun valore, a parte quello propagandistico.

L'unico effetto positivo finora sortito è l'inondazione mediatica di questo programma che parla di tutto e riesce a far parlare tutti, lasciando però ognuno da solo con la sua personale interpretazione: come un romanzo sconclusionato, ogni lettore può trovarvi o inventare un suo particolare significato: i paradossi e le contraddizioni, le lacune e i «se e ma» sono così tanti, che alla fine tutto va bene. I partiti dell'Unione sono come i lettori: è difficile che tutti restino soddisfatti. E' inevitabile che un insieme così eterogeneo di forze politiche non trovi un completo assenso. Ma è ancora più impensabile che Prodi lo ritenga possibile. O c'è una madornale confusione sul reale stato dell'Unione, o c'è la tattica spargere fumo per confondere la percezione esterna.

E'in atto una sorta di perbenismo di facciata, che sventola questo faldone come fossero le tavole della legge - ma Prodi non è Mosè, né un leader politico. Allora cosa resta? Un programma che non esiste. Altrimenti ci sarebbe la Tav, ci sarebbe una linea politica in materia di fisco, di lavoro, di economia, di politica estera. Non ci sarebbe la difesa ad oltranza della costituzione e la cancellazione delle riforme del centrodestra. Non ci sarebbe un ritorno indietro ma una spinta in avanti per mantenere l'Italia in corsa. Invece, se vincesse il centrosinistra, la fermata sarebbe dietro l'angolo.

! Gabriele Cazzulini
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