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Unione, il programma del Poteredi Gianteo Bordero - 13 febbraio 2006 E così, alla fine, l'Unione prodiana si presenta di fronte agli elettori, per il voto del 9 aprile, con un programma di quasi trecento pagine (281, per la precisione). Esso ha, nelle intenzioni dei leaders del centrosinistra, lo scopo di fornire un vademecum su tutti gli aspetti della vita del Paese: dal lavoro alla scuola, dall'economia alla giustizia, dalla politica estera all'immigrazione. Queste trecento pagine sono il frutto, molto più che di una visione comune, di una estenuante mediazione tra gli undici partiti e partitini che compongono l'Unione. Un compromesso che ha cercato di tenere assieme Mastella e Caruso, Rutelli e Bertinotti, Boselli e Di Pietro in una sorta di titanico sforzo di realizzare una coincidentia oppositorum tra moderati ed estremisti, tra garantisti e giustizialisti, tra cattolici e laicisti, e chi più ne ha ne metta. E' vero che la politica è l'arte del compromesso, ma è anche vero che una politica che non poggi le sue basi in una cultura condivisa, in ideali e valori che vadano al di là della mera contingenza elettorale, è destinata inevitabilmente a fallire la sua missione, a trasformarsi in breve tempo in mera e arida gestione del potere fine a se stessa. E', quest'ultimo, il caso dell'Unione prodiana: essa ha trovato il compromesso soltanto sulla cacciata di Berlusconi - come neppure tanto velatamente ha fatto capire Prodi stesso nella sua apparizione della scorsa settimana a Porta a Porta. Che le cose stiano così lo si evince pure dal programma. Esso non contiene ricette concise e concrete, idee chiare e distinte per risolvere i problemi del Paese, ma ha invece il suo nocciolo duro, la sua pietra angolare nell'idea di cancellare, una volta ottenuto il potere, la maggior parte delle riforme e dell'operato del Governo Berlusconi: non soltanto le cosiddette «leggi ad personam», ma anche e soprattutto le riforme di struttura (come quelle della scuola) e i provvedimenti che hanno regolato aspetti importanti della vita del Paese (come la legge Bossi-Fini). Nonostante gli sforzi per rassicurare gli elettori, appare chiaro che, in caso di vittoria dell'Unione, il governo che ne scaturirà trascorrerà la maggior parte del suo tempo a disfare ciò che hanno fatto Berlusconi e la CdL. E' difficile convincersi del contrario, quando su ogni altro punto dirimente gli undici partiti del centrosinistra hanno trovato un accordo di massima che, al momento di diventare proposta operativa, dovrà scontare i veti incrociati di riformisti e massimalisti, di privatizzatori e statalisti, di moderati e antagonisti. Con la conseguenza di tenere in vita un governo debole, privo di reale spinta ideale e politico-culturale e che perciò si ridurrà a una mera e inquietante opera di spartizione di tutto il potere disponibile. Bastava leggere, ieri, i commenti e le riflessioni della maggior parte dei quotidiani nazionali e di molti esponenti del centrosinistra per capire che le cose stanno davvero così. Valentino Parlato, sul Manifesto, in un editoriale intitolato «Delusione preventiva», ha scritto: «Non c'è un punto, dall'Iraq alla scuola, dal lavoro all'economia, dalla politica interna a quella estera sul quale si possa leggere un'opzione chiara e netta e, visto che siamo in campagna elettorale, una posizione che si possa tradurre in slogan». Il Riformista ha parlato di un «programma dei se e dei ma», Liberazione di un programma «buono ma difficile da realizzare». E, venendo alle dichiarazioni di molti esponenti dell'Unione, la sostanza non cambia. La minoranza interna di Rifondazione critica Prodi per il metodo usato nell'elaborazione del programma e per il suo contenuto. Caldarola dei Ds stigmatizza la mole del testo presentato sabato - «dovrebbe esser fatto di poche idee forza e non della rincorsa a tutte le tematiche» - e la mancata firma dello stesso da parte dei leaders dell'alleanza. Paolo Cento dei Verdi si dice deluso per le risposte date ai problemi che stanno a cuore al suo partito e arriva a definire Francesco Rutelli come una «zavorra programmatica». Luciana Sbarbati dei Repubblicani parla di un programma che, sui temi del welfare, della scuola e dei diritti civili «non sta in piedi». E l'elenco potrebbe continuare. Una coalizione così divisa e rissosa a poche decine di giorni dalle elezioni, nonostante la faccia bonaria di Prodi e i sorrisi di circostanza degli altri protagonisti dell'Unione, non è certo un bello spettacolo per gli elettori del centrosinistra. Al punto che c'è chi è arrivato a parlare, facendo riferimento alle liti della scorsa settimana per la definizione del programma, di un possibile «effetto boomerang» sulla tenuta elettorale dell'alleanza. Sarebbe l'epilogo migliore - o peggiore, dipende dai punti di vista - per una coalizione nata non per costruire, ma per distruggere; non per guardare al futuro, ma per tornare al passato; priva di ogni contenuto politico comune che non sia la volontà di annientare l'avversario e la spartizione del potere fine a se stessa.
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Ragionpolitica, periodico on line n.148 del 13/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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