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L'impronta comunista

di Gianteo Bordero - 14 febbraio 2006

Alla base dello scontro sulla Tav, che ha smascherato l'ennesima contraddizione dello schieramento di centrosinistra, non vi sono soltanto motivi legati alla contingenza politica o a valutazioni tecniche sulla fattibilità dell'opera. C'è, molto più profondamente, uno scontro radicale tra due visioni distinte e distanti del mondo e della politica.

Quello che oppone i «riformisti» all'ala estrema dell'Unione (Rifondazione, Verdi, Comunisti Italiani) è un'idea diversa del Paese, del suo sviluppo e del suo futuro. Le grandi opere vengono viste, dai primi, come un elemento di cui l'Italia non può fare a meno se vuole mantenere un ruolo significativo all'interno delle grandi reti commerciali, dai secondi come la quintessenza di una politica «borghese», tutta concentrata sul profitto e poco attenta alle esigenze della popolazione.

Questo concetto viene espresso con chiarezza da Rina Gagliardi sulle pagine di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione Comunista. «Sulla Tav - scrive la Gagliardi - si va giocando una partita di grande importanza: uno scontro, prima di tutto, dove sono in palio interessi economici rilevantissimi... Quasi tutte le grandi opere - prosegue - celano questo segreto: sono, per lo più, progetti inutili ed anzi dannosi per l'ambiente e lo stesso benessere delle popolazioni, concepiti in nome di uno "sviluppo" d'antan... e ritagliati su misura di interessi più o meno forti, sempre e comunque parziali - parzialissimi». Proprio nel giorno in cui il presidente ulivista della Regione Friuli, Riccardo Illy, chiede a Romano Prodi di rifare il programma inserendovi un riferimento esplicito all'Alta Velocità e di dire basta ai ricatti di Bertinotti; e proprio mentre la governatrice del Piemonte, la diessina Mercedes Bresso, rivendica l'imprescindibilità della Tav per il futuro della regione, dalle pagine del quotidiano di Rifondazione viene l'ennesima stoccata ai cosiddetti «riformisti» della coalizione, accusati di «voler battere Berlusconi, ma non il berlusconismo».

La contraddizione, qui, emerge in tutta la sua profondità. Il mancato inserimento della Tav nell'enciclopedico quanto vacuo programma dell'Unione è, da un lato, l'ennesima prova del cospicuo prezzo pagato dalla coalizione a Bertinotti e del peso che le posizioni espresse da Rifondazione hanno avuto nella stesura del documento. Dall'altro lato, è la dimostrazione della debolezza della leadership di Prodi, costretto ad alzare la voce e a venir subito smentito da Bertinotti e Pecoraro Scanio.

Dietro ai dubbi sulla fattibilità tecnica e ambientale dell'opera, accampati da Rifondazione come obiezione al suo inserimento nel programma, si cela in realtà un nodo politico-culturale che pesa come un macigno sulle sorti dell'Unione. Il partito di Bertinotti, infatti, ha scelto come sua strada maestra l'alleanza con tutti i movimenti locali di protesta, considerati come l'ultima barriera di resistenza popolare di fronte all'incedere della globalizzazione. E' emersa con chiarezza, questa linea, proprio in occasione delle manifestazioni che hanno preceduto l'inizio dei Giochi Olimpici invernali di Torino, divenuti di colpo, agli occhi della sinistra radicale, il simbolo per eccellenza del capitalismo borghese e globalizzatore. Si comprende, sotto questa luce, perché la protesta contro la Tav e quella contro la Coca Cola vadano di pari passo e vengano assunte da Bertinotti come il fiore all'occhiello della politica di Rifondazione.

E' dunque proprio il non detto dal programma dell'Unione ad essere significativo delle lacerazioni interne e della distanza programmatica, politica e culturale che separa i cosiddetti «riformisti» dai partiti dell'estrema. Il silenzio sulla Tav è la prima, grande vittoria di Rifondazione su Margherita e Ds ed è il segno più inequivocabile dell'impronta comunista sulla coalizione guidata da Romano Prodi. E' in atto nel centrosinistra - come ammette la Gagliardi su Liberazione - «uno scontro politico vero, duro, senza sconti. Non tra Prodi e Bertinotti, non tra Fassino e Pecoraro, non tra Rutelli e Rifondazione Comunista, ma tra il partito della borghesia in formazione (il partito democratico, ndr) e la sinistra. In questo scontro, si decide e si deciderà la fisionomia concreta del Governo Prodi».

Il linguaggio della lotta di classe, che torna nelle parole della Gagliardi, e che nell'Unione ha fatto capolino con l'accusa di Bertinotti a Rutelli di essere «dalla parte dei ricchi», sembra destinato a prevalere su quello tecnocratico e anti-politico del leader della coalizione, che dovrà pagare a Rifondazione un prezzo altissimo, in caso di vittoria elettorale, per tenere in vita il governo che egli si troverà a presiedere. L'ombra dell'impronta comunista si dilata così sul futuro del Paese.

! Gianteo Bordero
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