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Il problema dell'Unione

di Stefano Doroni - 17 febbraio 2006

Il caso Ferrando ha messo nei guai la sinistra italiana, ma il vero problema non è il trozkhista «duro e puro» che crede ancora alla rivoluzione bolscevica, con le sue dichiarazioni sui «resistenti» iracheni; e tutto sommato non è nemmeno Francesco Caruso, leader dei no global del sud, solidale con Hamas. Il vero problema è l'Unione stessa, con la sua zavorra culturale comunista. Nel centrosinistra, infatti, ci sono forze politiche moderate e riformiste, come l'Udeur e gran parte della Margherita; ma accanto ad esse si posiziona un partito la cui origine marxista impedisce un traghettamento sulla sponda democratica della politica: i Ds sono fermi a metà del guado, con qualche tentazione di invertire la rotta, inutile far finta di nulla. Ancora più a sinistra ci sono i due partiti comunisti e i Verdi: l'universo della cultura rossa è, da noi, molto esteso.

Non è un caso che le componenti di Rifondazione che si schierano in difesa di Ferrando rappresentino il 41% del partito; e non è un caso neppure che a dimostrare una certa comprensione per il trotzkista siano il Pdci e i Verdi. Una nemmeno troppo dissimulata solidarietà con certi deliri ideologicamente bollati rivela, purtroppo, una diffusa consonanza politica, le cui pericolose conseguenze gli italiani dovranno valutare quando impugneranno la matita con cui esprimere la loro preferenza sulla scheda elettorale.

In sostanza, è la cultura di fondo dell'Unione che partorisce i Ferrando e i Caruso e in qualche modo li contiene: le reazioni alle loro intemperanze sono state in alcune occasioni piuttosto decise, ma quasi sempre hanno palesato la preoccupazione di tamponare possibili (anzi probabilissime) emorragie di voti; quasi tutti si sono affrettati a dire che il pensiero di Ferrando non rappresenta la linea dell'Unione, come a volersi mantenere una faccia credibile. La realtà è che gente come Ferrando e Caruso non ha intenzione nemmeno di iniziare a intraprendere quel viaggio verso la democrazia che altri settori del mondo comunista provano ma non riescono a portare a compimento: è tutta qui la differenza che mette un po' in imbarazzo la sinistra. Ed è per questo che le condanne di chi pronuncia parole di troppo o mette in campo strategie anche moralmente censurabili non sono mai abbastanza decise ma legate spesso, come in questo caso, ad esigenze di immagine.

Del resto, l'Unione si sottopone al ricatto dei comunisti residuali e dei movimenti rivoluzionari extraparlamentari sia per ragioni elettorali che per tenaci nodi antropologici che legano la sua matrice culturale maggioritaria con la manifestazione del pensiero e delle strategie dei «compagni che sbagliano». In fondo, lo zoccolo duro di coloro che votano genuinamente comunista non è da sottovalutare, quantitativamente e qualitativamente. Il problema autentico non sono dunque i singoli estremisti, ma il pensiero che li partorisce e che ancora non è morto, nonostante il crollo dei suoi miti storici. Indipendentemente dal fatto che si chiamino in questo o in quel modo, il guaio è che il pensiero comunista è ancora in grado di produrre massimalisti, nemici giurati del sistema e della civiltà occidentali. Ora, questo pensiero alligna nell'Unione prodiana, rappresentandone insieme la deriva massimalista e uno dei suggerimenti di fondo dell'impostazione politica, come un filo rosso nemico dello sviluppo e della libertà socio-economica.

! Stefano Doroni
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