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Le carenze del Sistema sanitario pugliese

di Gianni Donno - 20 febbraio 2006

«Non ci sono più le mezze stagioni», ormai dicono tutti, da diversi anni a questa parte. Ed è la verità. Guardate la Puglia: la Primavera (politica) tanto attesa non è giunta. Siamo passati da un'estate caliente (spartizioni di posti, indennità, autoblu, kermesse milionarie) ad un inverno cupo: «L'inverno del loro scontento» potremmo dire, parafrasando il famoso titolo. Cioè dello scontento di quanti avevano creduto che la Primavera sarebbe certo arrivata con Nichi Vendola. E, con essa, sarebbe arrivata la radicale trasformazione del servizio sanitario pugliese, a cominciare dagli ospedali. Fu una vera illusione, che ora genera disillusione, scontento, in taluni casi rabbia. La Commissione del Senato, che sta girando per le regioni del Mezzogiorno, non poteva essere più esplicita: il sistema ospedaliero pugliese è fortemente carente in svariati settori. Solo chi è in malafede può ritenere che queste carenze siano dovute solo a (presunte) diminuzioni di fondi finanziari.

No, le carenze sono soprattutto organizzative. Il Mezzogiorno e la Puglia scontano decenni di storico ritardo in un'adeguata strutturazione dei servizi sanitari. Per quale ragione si è accumulato tanto ritardo organizzativo? Qui è il punto, che manager affermati delle regioni rosse, chiamati da Vendola al capezzale del Servizio sanitario pugliese, sono stati invitati a risolvere. Anche questa chiamata in soccorso è una pia illusione degli amministratori del centro-sinistra pugliese, che vogliono fare come si fa in Emilia! Sugli apostoli emiliani del socialismo reale inviati a convertire le plebi del Sud, è opportuno ricordare qualcosa.

Ripetute esperienze storiche, nel corso degli anni, hanno dimostrato che l'importazione di cervelli e di capacità manageriali maturate altrove si risolve in un fallimento. Trasferirono, agli inizi del Novecento, arsenalotti spezzini a Taranto e ferrovieri marchigiani nel Salento per far vedere come si fa al rozzo meridionale, da poco toccato dal vento della modernizzazione. Fecero emigrare centinaia di famiglie romagnole per realizzare la «colonizzazione integrale» in Basilicata e per «convertire» il contadino lucano ai ritrovati della tecnica moderna. Leggetene i risultati (disastrosi) nelle inchieste parlamentari del tempo.

Com'è, invece, che il processo inverso (quello del meridionale che va al Nord) si conclude molto spesso con un successo? Cerchiamo di dare una risposta, utile all'oggi. Il problema non consiste nelle «tecniche» dell'organizzazione, in questo caso sanitaria, che vengono importate al Sud, ma nella ben più difficile «cultura» dell'organizzazione, che non si impianta da un giorno all'altro, da un anno all'altro. E' una questione di tempi lunghi, di modificazioni dei costumi, di lento germoglio di un'etica del lavoro, di un superamento dell'individualismo, di un accoglimento convinto e profondo dell'importanza del lavoro di gruppo. Tutte cose che mancano in gran parte nel Mezzogiorno e che non si possono importare con l'opera di «evangelizzazione» degli apostoli settentrionali. I manager emiliani scesi nel Salento avranno subito compreso che la differenza non è tanto nelle cose (organizzazione, strutture), quanto principalmente nella testa (cultura) della gente del Sud. E che gli ordini di servizio, gli sdoppiamenti, le ristrutturazioni o quant'altro funzionano solo se sono «accettati» dagli operatori, e non subìti. Se poi si aggiungono le pressioni politiche degli attuali governanti (in tutto eguali a quelle dei precedenti) per il clientelismo oggi di colore rosso, siam giunti al nocciolo della questione. L'etica del lavoro e della responsabilità si forma nella scuola e nella famiglia. Oggi, non solo nel Sud, l'una e l'altra spingono nella direzione opposta.

Gianni Donno

Gianni Donno è consulente della Commissione Mitrokhin e Professore ordinario di storia contemporanea presso l'Università di Lece

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