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6 marzo 2008
 
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La crisi dell'Europa

di Andrea Bonacchi - 20 febbraio 2006

Grande successo di pubblico alla presentazione del libro edito da Cantagalli e dalla Libreria Vaticana, L'Europa di Benedetto nella crisi delle culture, di Joseph Ratzinger, oggi Benedetto XVI. Gremito in ogni suo posto il Palacongressi di Firenze, con 1500 persone accorse da ogni provincia della Toscana per ascoltare i due relatori, Mons. Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, e il Prof. Marcello Pera, Presidente del Senato e curatore della prefazione del libro. Ai saluti degli organizzatori, la Fondazione Magna Carta e la Fondazione sublacenze Vita e Famiglia, sono seguiti gli interventi di Fisichella e Pera, entrambi concentrati sugli aspetti culturali di un'Europa chiamata a misurarsi con le sfide di questo tempo.

Prendendo spunto da passi tratti dal libro del Santo Padre, Mons. Fisichella e il Prof. Pera hanno toccato i vari argomenti trattati nell'opera, come filo conduttore di tutta la serata. Mons. Fisichella: «La cultura del dialogo è motivata solo come fondamento per una intelligenza più profonda. Va accolto, sotto questo punto di vista, l'invito che l'allora cardinale Ratzinger, nel maggio 2004, fece al mondo laico di vivere come se Dio esistesse: una sfida raccolta dal presidente Pera sia sotto il profilo istituzionale, sia come uomo di cultura. Questo perché è stato colto il senso profondo dell'invito del Papa: è necessario in questo tempo dare vita a un servizio reciproco per recuperare e valorizzare la dignità della persona, e questo può essere fatto a maggior ragione dal Cristianesimo proprio perché essa è per sua natura una religione secondo ragione, sia perché vi è libertà nello scegliere la Fede, sia perché la stessa Fede è veicolo di libertà».

Parlando del libro, Mons. Fisichella l'ha definito «l'ultimo scritto di un grande e fine teologo, per la profondità dei cocnetti, per il linguaggio lineare, non senza una piacevole vena poetica». Ma si parla di un teologo che oggi è divenuto Papa, e così Mons. Fisichella osserva: «Inserendosi nella tradizione della Chiesa, il teologo cardinale Ratzinger, una volta eletto Santo Padre Benedetto XVI, ha proseguito nel filo della stessa sua vocazione: sostenendo l'intelligenza della Fede e non la semplice attività del singolo, perché mentre il filosofo riflette da solo, il teologo lo fa entrando a far parte della comunità universale, confrontandosi, cioè, con tutti i temi che sono sul tappeto. Solo in questa visione comunitaria si riesce a comprendere il senso dell'esistenza della Chiesa: essa esiste per generare nell'uomo lo sguardo verdo Dio, non per essere fine a se stessa come una qualunque altra organizzazione. Come ratzinger ebbe già a scrivere in Introduzione al Cristianesimo, si deve prima di tutto combattere l'idea che andata affermandosi di una centralità dell'uomo al punto di perdere di vista Dio, suo creatore. Per far questo bisogna rinunciare al primato esclusivo del sapere e del fare, che anche senza negare Dio, lo confino nel'anonimato, dicendo che si può vivere anche ignorando la sua esistenza e, che se anche ci fosse, si tratta comunque di una presenza che non ha a che vedere con la vita. Ecco allora perché è proprio e non fuorviante dire che serve una nuova morale pubblica, e che il vero pericolo sta nello squilibrio tra le possibilità delal scienza e la necessità di morale che l'uomo sta riscoprendo».

Mons. Fisichella ha poi chiaramente affrontato anche un altro tema spinoso dell'attualità europea: «Si crede, commettendo un errore, che i cristiani debbano tacere, per evitare invasioni di campo, soprattutto per le questioni che attengono alla politica. Ebbene, sotto questo punto di vista,è sbagliato sostenere il principio del sileant in campo alieno, innanzi tutto perché dovrebbero dirmi in quale campo un cristiano non può esprimersi liberamente, ma soprattutto perché se vi è un argomento su cui non voglio prendere parola, quello a deciderlo voglio essere io». Qui, scroscianti applausi della platea a interrompere il discorso del rettore dell'Università Lateranense, che poi riprende: «Noi cristiani abbiamo un compito, un ruolo ben preciso nella società, perché è la stessa nostra Fede ad avere una sa ben precisa dimensione pubblica. La stessa tanto professata laicità ha radici profonde nel Cristianesimo. Certo, bisogna rispettare lo Stato, ma mai spargeremo incenso davanti all'Imperatore». Nuovi, intensi applausi da parte del 1500 astanti.

Affrontando un ulteriore punto toccato da Benedetto XVI nel libro che ha fatto da spunto per la serata, ha aggiunto: «Leggo poi una vera e propria aplogia della vita: sì, perché usare questo termine è quanto mai oggi appropriato, per il profondo valore di essa, espresso dalla capacità di dare ragioni a chi si interroga e per ergersi a difesa delle argomentazioni troppo spesso fraintese. Il culto della vita, dal suo inizio fino al suo compimento finale, si esprime come diritto alla vita contro la sempre più diffusa idea del dovere di morire. Lo Stato, quindi, non può mettersi davanti al mondo con fare relativista, deve anzi porsi il problema del destino dell'intera umanità. Il fine della legge sta proprio in questo. Il nostro compito di cristiani sta proprio nel dare intelligenza alla nostra Fede per consentirgli di raggiungere tutti, per il bene dell'uomo».

Dello stesso tono, malgrado la sua veste civile, l'intervento del professor Marcello Pera: «Innanzitutto, dopo aver ringraziato tutti gli organizzatori e i partecipanti, vorrei rivolgere il mio personale grazie a questo Papa, l'autore di questo libro sull'Europa di Benedetto nella crisi delle culture. Un grande teologo, dicevamo, che direi essere però già un grande Papa, perché animato da grande civiltà umana e da un riconosciuto spessore intellettuale. Quanto a noi, mia prefazione al suo libro, mi preme dirlo, è semplice mettere in luce l'opera del suo vero autore».

Entrando dentro l'argomento, Pera afferma: «Troviamo qui affrontati tutti i vari elementi che caratterizzano la crisi dell'Occidente, che solo il potere della capacità umane non potrà essere sufficiente a curare. Un uomo che ha ormai perso valore, un uomo che non può essere considerato un manufatto, un valore del mercato, qualcosa e non più un qualcuno. In questa crisi, vi è anche la trasformazione mondana del Cristianesimo, che da Teologia della Redenzione è stata trasformata in una qulunque ideologia moderna, sfociando in una delle tante teologie della liberazione. I tanti sintomi della crisi dell'Europa possono essere semplicemente riassunti in pochi e schematici punti: basta leggere il preambolo della fallita Costituzione dell'Ue, con la manifesta paura di inserirvi le radici giudaico-cristiane, quasi come se vi fosse la paura di ammettere la propria storia, che è quella di un'Europa come continente fecondato dal Cristianesimo; l'affermazione di un certo laicismo, che emerge con l'ammissione della Turchia nell'Unione: se il criterio adottato per la Turchia è quello di accettarla sulla base di una definizione minima di Europa, qualunque Stato potrà ambire ad entrare a far parte di un'Europa che sarà però snaturata. Con questa cecità, finiremo col pagare un prezzo troppo alto, ossia quello di dare vita a uno Stato europeo come contenitore vuoto, appunto, senza radici».

Conclude il presidente del Senato: «Il vero scontro di civiltà, quindi, non è tra Cristianesimo e Islam, tra cristiani e musulmani, ma tra laici e religiosi. E la nostra debolezza, il paradigma unico della crisi che sta atraversando l'Europa, sta proprio nell'aver estirpato dalla vita pubblica e dallo Stato i valori religiosi, che anziché il limite, sono la vera forza dell'Islam».

Andrea Bonacchi

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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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