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E' esplosa una campagna anti-occidentale a tutto campodi Stefano Magni - 21 febbraio 2006 Perché continuare a cercare i confini della libertà di stampa? Il nostro tentativo di non urtare il senso religioso dei musulmani è del tutto superfluo, se consideriamo che i movimenti islamisti militanti, ormai diffusi in tutto il mondo, così come i regimi che li sponsorizzano o quantomeno li assecondano, hanno lanciato una campagna anti-occidentale a tutto campo. E non certo a causa di qualche vignetta. Qui in Italia possiamo continuare a discutere sull'inopportunità della maglietta indossata dal ministro Calderoli, possiamo anche condannarlo per vilipendio alla religione, ma non possiamo illuderci che gli islamisti si ritengano soddisfatti. Perché, nonostante le apparenze, la loro campagna non è reattiva, ma attiva. In Germania nessun ministro ha indossato magliette «blasfeme», eppure il Governo di Berlino è nel mirino del regime di Teheran. Perché? Semplicemente perché un quotidiano tedesco ha osato pubblicare, non una vignetta raffigurante Maometto, ma una strip in cui venivano raffigurati quattro giocatori della nazionale iraniana vestiti con tanto di cintura esplosiva da kamikaze, scortati da altrettanti soldati tedeschi in tenuta da guerra. La vignetta non era nemmeno intesa a prendere in giro gli iraniani, ma la «paranoia» del ministro degli interni tedesco Wolfgang Schäuble, che pochi giorni prima aveva dichiarato la sua intenzione di ispezionare meglio il pubblico calcistico iraniano per i mondiali del 2006. Tanto è bastato per mobilitare la diplomazia e la piazza di Teheran, per far bruciare bandiere tedesche, per far urlare slogan contro l'ambasciata tedesca in Iran. In Australia nessun politico ha pensato di scherzare sulla religione islamica, ma le organizzazioni della comunità musulmana locale hanno ugualmente fatto scoppiare un conflitto politico che rischia di degenerare in disordini. Perché? Perché il premier conservatore John Howard, nel suo nuovo libro, dove esprime suoi pareri personali, sostiene che: «Ci sono settori della comunità dei nostri immigrati musulmani che sono antagonistici rispetto alla nostra cultura nazionale, questo per colpa del loro impegno a favore della jihad e del loro atteggiamento nei confronti delle donne. Si tratta di caratteristiche peculiari della loro cultura, che gli immigrati provenienti dall'Europa non hanno mai avuto. Grazie a ciò è sempre stato possibile assimilarli e noi vogliamo gente pronta ad adottare il nostro modus vivendi». Da notare: Howard non si riferiva ai musulmani in generale, ma a «settori della comunità dei nostri immigrati musulmani», dunque agli islamisti. La sua è una battaglia sull'ideologia, non sulla religione, anche se in questo caso parliamo di un'ideologia, quella islamista, che si fonda su una certa interpretazione della religione islamica. Eppure è bastato questo per scatenare l'ira dei rappresentanti politici. In Nigeria la popolazione cristiana non aveva sicuramente provocato gli islamisti colpendo la loro sensibilità. I nigeriani cristiani non hanno pubblicato alcuna vignetta, non sono danesi, né europei. Eppure 15 chiese sono state date alle fiamme e il bilancio delle vittime è di 45 morti. Sono stati uccisi perché erano cristiani o semplicemente non musulmani. Erano loro stessi una provocazione? Qualsiasi pretesto può essere buono per scatenare campagne di «protesta», che in realtà sono l'espressione di pressioni politiche neanche tanto ben celate. Sul quotidiano iraniano riformatore Rooz, l'editorialista Abdol Karim Lahij, sostiene che: «In questi eventi la macchinazione politica di Siria e Iran non è nascosta a nessuno. La prova più evidente è che a Teheran, oltre all'ambasciata danese, è stata data alle fiamme anche quella austriaca. L'unico crimine commesso dall'Austria è quello di essere il Presidente di turno dell'Unione Europea e di ospitare nella sua capitale la sede dell'Aiea». Per quanto riguarda il Libano, a Beirut la folla che diede l'assalto all'ambasciata danese era costituita da una maggioranza di stranieri e il regista dell'operazione era il regime siriano, non la sensibilità musulmana. Anche in Libia, la protesta contro il consolato italiano di Bengasi è nata su istigazione del Parlamento libico, cioè la cassa di risonanza del regime di Gheddafi. Poi, evidentemente, la protesta è sfuggita di mano ed è finita in tragedia, ma non si può credere che si trattasse di qualcosa di «spontaneo». Per questo, di fronte a un'offensiva che è allo stesso tempo politica, economica, diplomatica e violenta, non c'è distensione che tenga.
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Ragionpolitica, periodico on line n.149 del 20/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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