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Occidente ed Islam, tra dialogo e reciprocità

di Matteo Gualdi - 21 febbraio 2006

Dialogo. Sembra essere questa la parola magica per risolvere i problemi tra Occidente e mondo islamico. L'Iran minaccia la ripresa del programma nucleare? Dobbiamo dialogare per risolvere la situazione. Un martire (Don Andrea) viene assassinato in nome delle proteste antioccidentali scoppiate ad orologeria per delle vignette? Bisogna cercare il dialogo. Ma che cosa vuol dire «dialogo»? A me hanno insegnato, i miei genitori prima, ed il professore di sociologia poi, che il dialogo è una forma comunicativa tra due soggetti. Tale forma comunicativa deve essere basata su un rapporto di reciprocità, ovvero a turno una parte emette un messaggio e l'altra lo recepisce. Se una delle due parti non è disposta ad ascoltare il messaggio dell'altra non vi può essere alcun dialogo. Da un po' di tempo, purtroppo, questa possibilità, tra Occidente ed Islam non vi è più, nonostante non sia mai venuta meno, specie in Europa, la volontà di continuare il dialogo, che viene visto come un'occasione di arricchimento per entrambe le parti. Semplicemente è il mondo islamico che ha chiuso la porta ad ogni possibile interazione, in nome di un fanatismo religioso che non ha nulla a che vedere con l'esigenza legittima di preservare le proprie tradizioni e la propria cultura. Tale atteggiamento, tuttavia, è indice di debolezza, più che di forza. Non si spiega altrimenti la paura del mondo islamico di aprirsi al confronto con l'Occidente. Ed in genere si ha paura di ciò che non si comprende.

E' un problema culturale, più che politico. I nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra cultura, diretta emanazione delle nostre indiscutibili radici giudaico-cristiane, ci portano all'apertura verso tutte le esperienze, al fine di comprenderle, ed eventualmente trarne gli insegnamenti positivi, utili alla crescita della nostra coscienza. La cultura degli estremisti islamici (non certo quella musulmana tout-court, sia chiaro), invece, è quella di chiusura ad ogni influenza esterna, giudicata come falsa ed ingannatrice. Probabilmente pensano che i veri obiettivi del mondo occidentale siano simulati e nascosti dietro un'apparente libertà. Ma non è così. La perenne paura di un complotto crociato-sionista ai danni del mondo islamico ha portato una parte di quel mondo alla chiusura totale. Ma tale atteggiamento impedisce ad essi una crescita, non tanto economica (quando occorre fanno affari anche con il «diavolo»), quanto culturale. Solo attraverso il confronto, infatti, può esserci crescita.

D'altra parte, come dicevamo, è necessario che vi sia un rapporto di reciprocità. L'ha sottolineato Papa Benedetto XVI ieri, nel suo discorso al nuovo ambasciatore del Marocco presso la Santa Sede, Ali Achour. La reciprocità tra le due civiltà, inizia dal riconoscimento della libertà dell'individuo. Libertà religiosa, innanzitutto. Il Pontefice ha chiesto che «in maniera reciproca in tutte le società, sia realmente assicurato per ciascuno l'esercizio della religione liberamente scelta». E' ovvio che il mondo occidentale non può rinunciare ai propri valori, primo fra tutti quello della libertà, solo perché altrove ci vengono negati. Per questo in Occidente tali valori verranno sempre riconosciuti a tutte le minoranze.

E' però giusto chiedere a gran voce che anche il mondo islamico si apra ai valori universali della libertà, della giustizia e della democrazia. Non possiamo accettare che nei paesi musulmani i cristiani non abbiano gli stessi diritti dei seguaci di Maometto. Come è possibile che esistano ancora delle discriminazioni nei confronti delle minoranze? Parliamo dei cristiani, certo, ma anche degli ebrei e delle donne, dei buddisti e degli industi. Possibile che nel 2006 nei paesi arabi, ad esempio, la testimonianza di un cristiano in un tribunale non valga quanto quella di un musulmano? Possiamo accettare una cosa del genere? Possiamo giustificare atteggiamenti di questo tipo? In nome di quale principio? Per noi occidentali ogni individuo gode degli stessi diritti, che gli appartengono in quanto persona, e per questo sono inalienabili. Dobbiamo pretendere che tali diritti siano riconosciuti ovunque, in tutto il mondo, in tutti i continenti. E non lo dobbiamo fare per qualche tornaconto personale, in nome di chissà quale presunto complotto, lo dobbiamo fare semplicemente perché crediamo che sia giusto, perché siamo convinti che i valori della libertà, della giustizia e della democrazia debbano appartenere a tutti, senza distinzione di nazionalità, razza o religione. Lo dobbiamo fare perché, come disse il Presidente Reagan, «il futuro è degli uomini liberi».

! Matteo Gualdi
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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