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Molto comunisti, poco italianidi Gabriele Cazzulini - 22 febbraio 2006 Partito di nostalgici di un residuato storico? Movimento marginale ed incapace di governare? No, il Partito dei Comunisti Italiani si è ormai affrancato dalla posizione «costale» a cui la diplomazia politica dei Ds era riuscita a relegarlo. Nata come rivolta contro il Bertinotti-Giuda che prima si alleò con Prodi per poi consegnarlo alla sconfitta, la sparuta pattuglia di questi comunisti prodiani (che ben dimostrano l'affinità tra la politica di Prodi e il comunismo) si raccolse sotto l'egida autoritaria di Armando Cossutta, ultraortodosso custode della più supina sudditanza sovietica. «Gliela farò pagare a Enrico, quell'intervista» cioè la famosa intervista che Enrico Berlinguer rilasciò a Giampaolo Pansa nella quale il segretario dell'allora Pci disse di non provare disagio sotto l'ombrello protettivo della Nato. E' lo stesso Cossutta che in seguito abbandonò Occhetto, nella svolta della «Bolognina», a fare da unica levatrice al neonato Pds. Partito cesaristico? Partito plagiato da un Napoleone in rosso? Mica tanto, anche perché il giovane segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, già Ministro della Giustizia nel governo Amato del 2000, ha di fatto purgato il venerando maestro, riconsegnando alla storia questo dinosauro scampato al meteorite del crollo del comunismo istituzionale. Forse per la stanchezza, forse per dare un gesto di rottura verso una realtà scheletricamente rigida, e un segnale di apertura verso nuove formule, il compagno Armando sparò una dichiarazione che, nella situazione opposta, gli avrebbe fatto siglare la condanna a morte con la rapidità di un autografo sulla tessera di un militante. Fu una frase plateale: «il comunismo non c'è più», per giunta scritta sul borghese Corriere della Sera datato 27 gennaio 2006. Una pallottola nel cranio del comunismo. Neanche il tempo di spiegare, giustificare, rettificare, che il segretario Diliberto già aveva emesso la bolla di scomunica. Non è la fine di un mito, perché era Cossutta che stava facendo finire un altro mito, quello del comunismo oltre se stesso, se non fossero stati Diliberto e Rizzo ad impedirglielo. Il mito va avanti - morto, ma cammina. Partito con idee? L'unica è quella dell'estremo. L'espulsione di Cossutta padre e Cossutta figlia - la vendetta contro i traditori si trasmette lungo l'albero genealogico - dalle liste elettorali e il loro pronto trasferimento nel gulag invisibile del biasimo e del disprezzo dimostra che il Pdci non è solo questione di uomini, perché esso è l'involucro che avviluppa una mentalità politica fermamente radicata in un oltranzismo fine a se stesso. A partire dalla religione comunista che, dopo la morte del suo dio, si è ridotta al feticismo delle sue ceneri. Non è lo stiramento di un progetto, un'idea, una visione fino e oltre i suoi limiti estremi. E' l'estremismo in quanto tale, a prescindere da ogni contenuto. Intitolare una via ad Arafat o suggerire Andreotti come ministro degli esteri sono esempi concreti di questa mania dell'estremo. E' indifferente perciò una questione come la politica estera mediorientale che l'Unione intende adottare: il Pdci insegue ogni volta l'estremo, e l'estremismo mediorientale in Italia è quello che vorrebbe aprire in Palestina campi profughi per gli israeliani scacciati. Non importa conoscere a fondo la realtà palestinese: conta solo estremizzare questo tema escludendone ogni altro. Innegabile che un'icona dell'estremismo come Marco Ferrando si trovi più a suo agio in mezzo a Diliberto e Rizzo, che non tra le mura del suo partito, Rifondazione Comunista. Rifiutandosi di articolare un organico rapporto tra teoria e realtà, come provato da Bertinotti, il Pdci si muove seguendo solo preposizioni: «più» contestazione, «più» Palestina, «più» immigrati, «meno» italiani, «più» Nassiriya, «contro» il capitalismo, «contro» i fascisti, «no» alla guerra - tutti segni d'interpunzione che da soli non possono scrivere un programma politico. La principale conseguenza della politica dell'estremismo è l'irresponsabilità: un partito come questo è normalmente indifferente alle conseguenze del proprio agire. Non è una razionalità protesa ad affermare un valore, ma a riempire il vuoto con l'angolo estremo di ogni realtà. Non importa cosa succede dopo. L'estremismo è privo di qualunque proiezione futura che non sia una fotocopia del presente; la fedeltà al comunismo che sopravvive alla sua morte è solo la prolunga ideologica di questa mentalità alla quale persino Cossutta voleva dare un taglio riportandola nella realtà, anche senza idee. Che un gruppo di scalmanati bruci la bandiera israeliana o commetta gesti di vandalismo urbano, non è una conseguenza che sfiori il partito. Tant'è che la responsabilità di questi gesti ricade sempre sui «soliti provocatori» che puntualmente sono descritti come corpi estranei al partito, anzi mercenari prezzolati dai nemici. E' una tattica politica che porta dentro di sé la mentalità di chi mantiene una posizione non solo per mantenerla, ma per mantenerla ad oltranza, oltre cioè ogni ragionevole motivazione. C'è un motivo per idolatrare i palestinesi e infangare i soldati di Nassiriya? Questo non è un problema che tocchi il partito, ma colpisce pesantemente il centrosinistra, specialmente un centrosinistra con responsabilità di governo. Ma questa è fantapolitica...
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Ragionpolitica, periodico on line n.149 del 20/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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