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L'agonia dell'Europa

di Raffaele Iannuzzi - 23 febbraio 2006

In un testo di Maria Zambrano leggo la cronaca di questi giorni: «Da parecchi anni si va ripetendo: l'Europa è in decadenza. Adesso non sembra più necessario dirlo. Molte persone che lo credono si riferiscono a questo fatto con frasi velate e sorriso ironico, come chi allude a un segreto talmente divulgato che cercare di mascherarlo diventa perfino elegante e misericordioso, seppure così facendo lo si diffonda in un modo ancor più umiliante. Ogni disastro consente alla gente di manifestarsi nella sua cruda realtà; è lo strumento di rivelazione più esatto di tutti quelli che si conoscono. Specialmente per i bassifondi della convivenza, che in cinrcostanze normali vivono nascosti» (L'agonia dell'Europa, Marsilio, Venezia, 1999, p. 29). Questo testo è del 1988. Niente di nuovo sotto il sole.

Benedetto XVI ha detto e scritto molto du questa vera e propria crisi della civiltà. L'Europa come colpa. L'Europa smarrita e priva di coscienza di sé. Qual è, oggi, la politica della Ue di fronte alla radicalizzazione esponenziale del terrorismo islamico? Che cosa sta facendo l'Europa, questo grande Leviatano dai piedi d'argilla e privo di anima, mentre decine di cristiani vengono massacrati quotidianamente nei territori islamici? Non si rende forse conto che ogni cristiano, per il wahabismo radicale, è un occidentale e che questa equazione, costruita a bella posta al solo fine di giustificare l'avanzare della Sharìa in terra occidentale, sta innescando una spirale devastante, un mondo a parte, una no man's land, non più governata da uno Stato o una forza internazionale? Oggi sembra finita l'epoca degli Stati e l'utopia della governance mondiale da parte dei grandi organismi internazionali è lettera morta, anzi sta addirittura rendendo tragicomica la situazione attuale, nella quale vediamo capi di Stato, sedicenti statisti e portavoce di organismi internazionali si genuflettono, come ha affermato Pera, con ciò ipotecando la sconfitta per mancata discesa in campo della squadra.

L'Europa oggi è un mondo di spettri politici ed è gonfia di cinismo perbenista che, gratta gratta, non è molto diverso da quello del vecchio Moloch sovietico. E tutto ciò, per giunta, viene spacciato per «grande politica», arte diplomatica, senso trategico del non meglio definito «dialogo» con l'Islam. Ogni commento è superfluo. L'Islam «moderato» praticamente non esiste oppure, per essere magnanimi, se c'è che batta presto un colpo. E' stato pubblicato una settimana fa, per i tipi della Einaudi, un intenso libro-manifesto dell'attivista laico, storico e giornalista, Samir Kassir, L'infelicità araba, che espone una tesi simile a quella divulgata molti anni fa da Lewis, nel fortunato saggio, Il suicidio dell'Islam: l'Islam è vittima di se stesso e questo vittimismo oggi sta uccidendo ogni possibilità di sviluppo della libertà laica nelle terre islamiche.

Il vittimismo islamico si coniuga ad un forte risentimento nei confronti dell'Occidente che viene fomentato e cavalcato dalle élites senza scrupoli degli sceicchi che sognano il Califfato come unico collante geopolitico e «imperiale» capace di rifondare la «nazione araba». Le cose stanno così e non le dico io, ultimo fra gli osservatori, ma le scrive Magdi Allam da anni, le ha scritte a suo tempo Lewis, le scrive Daniel Pipes, le argomentano finemente Finkielkraut, Glucksman, Bernard Henry-Levy, per rimanere, con questi ultimi, in Europa. Hic Rhodus, hic salta. Non ci salveranno né le genuflessioni, né le ipocrite scuse a coloro che, in realtà, sono i nostri aggressori. Anzi, finché avremo questa posizione imbelle e vile, loro si faranno sempre più aggressivi e tenacemente pervasivi. E' chiaro il perché: il dialogo si afferma con un'idenità certa e forte, e non può prescindere da questa pre-condizione. La forza identitaria, in politica, si traduce nelle azioni adeguate, di deterrenza e di pressione, che utilizzerà naturalmente tutti gli strumenti opportuni, non ultimo quello diplomatico. Ma l'Europa è finita sotto i colpi del pensiero debole e del nichilismo suicida. Anche prima dei kamikaze made in Europe suicidi e fanatici. Questo è il punto.

In molti oggi, anche dalle nostre parti, ritengono, ad esempio, che l'ingresso della Turchia in Europa sia un destino assoluto, una cosa naturale come il sorgere del sole a quella data ora, stop. Nessun dubbio, nessuna critica seria e deterrenza seria e ponderata. E' morto un prete, don Andrea Santoro, l'abbiamo pianto qualche giorno e oggi tutto torna nel tritacarne ipocrita di sempre. E', questa, una follia politica prima di tutto, di cui, ne sono certo, pagheremo le conseguenze a caro prezzo. Benedetto XVI andrà in Turchia, ma certamente porrà la questione della persecuzione cristiana in quel Paese. Il gravissimo problema della persecuzione anti-cristiana, posto con radicalità e dovizia di argomentazioni, da Socci in un importante libro pubblicato nel 1997, sta diventando dirompente in termini politici, perché rischia di spazzare via il fondamento della società civile, la libertà religiosa. Per valutare la gravità della situazione, basta visitare il sito che studia lo sviluppo della libertà religiosa nel mondo.

L'insorgenza del fondamentalismo islamico si collega a questo motivo dominante, la mancanza di libertà religiosa, potendo contare sulle basi fortissime degli Stati nei territori islamici. Questi Stati, anch'essi in crisi di fronte all'ondata terroristica wahabita, hanno fornito la base materiale, geografica e politica per diffondere il mito collettivo della rifondazione della Nazione Araba (il progetto originario dei Fratelli Musulmani), oggi, non v'è dubbio, che siano sotto lo schiaffo del mostro tentacolare wahabita. Vi è certamente un conflitto interno al complesso mondo islamico, che non ha un'autorità religiosa e spirituale centrale e, dunque, è alla mercè dei gruppi sunniti e wahabiti dominanti.

L'Europa non riesce a penetrare, con un'analisi adeguata, questo mondo, ne ha soltanto paura e teme la recrudescenza terroristica nelle grandi capitali della Ue. Ma non sarà mai possibile arrestare l'ondata terroristica anti-cristiana e, dunque, anti-occidentale con la retorica e la «bontà», perché il progetto di sottomissione dell'Occidente da parte della Nazione araba in armi nasce nella seconda metà degli anni settanta e diventa l'ideologia dominante delle élites al potere nei grandi Paesi islamici. Con basi in Egitto e in Siria. Dopo aver distrutto un intero Paese, il Libano. Dunque, la prima distruzione avvenne in casa araba, in Libano. Da questo epicentro di devastazione, il flusso di violenza si è fatto sempre più acutamente strategico e spregiudicato, con nuove organizzazioni territoriali e nuove forme di terrorismo (un vero e proprio «franchising», scrisse Aspenia più di un anno fa).

Il primo cerchio di attentati negli anni Ottanta, che hanno colpito non a caso le sedi diplomatiche degli Stati Uniti e di alcuni Paesi europei, allocate nei Paesi islamici, ha «rotto il ghiaccio», articolando già una strategia «politica»: destabilizzare la sicurezza dell'Occidente ritenuta salda e stabile, anche dopo il crollo del Muro di Berlino. Dopo il crollo del Muro, l'ordine internazionale ha subìto un colpo terrificante e l'Islam in armi ha colto l'occasione neo-imperialistica, tolto di mezzo l'Impero sovietico, sconfitto in Afghanistan, in una guerra a difesa dell'Occidente, per quanto ciò possa apparire paradossale. Gli anni Novanta ritrovano, dunque, sullo scacchiere internazionale l'Islam con una strategia neo-imperialistica, forte di alcuni soggetti politici determinati, Iraq, Siria ed Egitto in particolare. L'Europa non comprese niente di questo movimento unitario, ancorché segmentato e non pianificato. D'altra parte, l'Europa l'abbiamo vista all'opera durante la gigantesca crisi della ex-Jugoslavia, la totale incapacità europea di gestire e poi affrontare la situazione fu un caso da manuale alla rovescia; anche in quel caso, come in molti altri, se non ci fossero stati gli americani a fare il lavoro sporco e decisivo, avremmo ancora gli uscascia nelle campagne, una specie di staterello islamico a dominante etnica, un nuovo nazismo tribale, e via discorrendo.

L'Europa non esiste. Il nulla che ci sfila davanti agli occhi, in questi giorni, ha una lunga storia, che implacabilmente non ci apre nessuno spiraglio di speranza. Non siamo neanche riusciti a risolvere la crisi del Kossovo, figuriamoci quella dell'insorgenza del terrorismo islamico che, inoltre, non lascia scampo neanche agli Stati islamici, gettandoli nel cono d'ombra dell'impotenza politica. La crisi europea di fronte all'Islam è la cartina di tornasole della crisi europea tout court, per meglio dire, del nulla europeo. In breve tempo, anche l'Euro sarà catapultato in questo mare magnum del nulla, sarà inghiottito dalle secche di un continente incapace di amarsi sul piano della memoria e dell'identità, impermeabile alla verità e, dunque, alla politica attiva, da troppo tempo.

Husserl, già negli anni trenta, aveva capito che il legame tra la crisi dell'idea di verità e la politica europea sarebbe stato decisivo. La Zambrano, dunque, ha soltanto posto il sigillo dell'evidenza sul già-detto e sui fatti imponenti e testardi: l'agonia dell'Europa è giunta allo stato comatoso. O si cambia o si muore. Il terrorismo islamico radicalizza e accelera la malattia, tutto qua. Scontro di civiltà? Prima di tutto in Europa, perché anche i muri delle università sono intrisi di islamismo e anti-occidentalismo. Forse non esistono categorie adeguate a spiegare. Una cosa è, però, certa: per riconoscere i fatti, basta essere umilmente empiristi e dire, quando ancora è possibile farlo: il re è nudo. Empiristi, ho detto, soprattutto di quel genere di empirismo che, con Pasolini, definirei «eretico». Sapendo di parlare ad una politica morta, in un continente agonizzante. L'Europa.

! Raffaele Iannuzzi
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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