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Odio o tolleranza? Due modelli a confronto

di Matteo Gualdi - 24 febbraio 2006

L'Iraq brucia. L'attentato di ieri al mausoleo di Samarra ed il parziale crollo della cupola d'oro rappresentano per gli sciiti iracheni un attentato paragonabile a quelle dell'11 settembre. E' stato colpito un luogo sacro, un simbolo della religiosità sciita. Il disegno dietro a questo atto è chiarissimo: bloccare il dialogo interetnico che sta portando il Paese verso una democrazia compiuta e condivisa. E' l'atto disperato di un Al-Zarqawi ormai alle strette, che ogni giorno che passa vede ingigantire la propria definitiva sconfitta.

Tuttavia la reazione, per quanto a tratti comprensibile, rappresenta per noi occidentali qualcosa di inspiegabile. Di fronte ad un atto di questo tipo ancora una volta si risponde con la violenza. Ormai il mondo mediorientale sembra che non sia in grado di prescindere dalla violenza come unica modalità di risposta a qualunque provocazione. Ed ogni volta questa violenza viene giustificata. L'attacco alle Torri Gemelle? Giustificato dall'imperialismo americano che opprime i popoli mediorientali tenendoli in condizioni di povertà estrema. L'attacco alle chiese cristiane in Nigeria? Giustificato dall'offesa delle vignette su Maometto. L'attacco di Bengasi contro l'Italia? Giustificato dall'atto provocatorio dell'ex Ministro Calderoni, reo di aver indossato una maglietta.

In realtà bisognerebbe chiedersi che cosa c'è dietro a tanta violenza. Più volte abbiamo denunciato il disegno e la regia del Presidente iraniano Ahmadinejad, ma naturalmente non fa tutto capo a lui. In realtà egli rappresenta oggi la punta di un iceberg che spesso rimane coperto, ma che, se compreso, aiuta a capire le motivazioni di tali azioni ed a dimostrare la netta differenza tra il nostro mondo ed il loro.

Un esempio ci viene proprio da quanto avvenuto ieri. Di fronte ad un atto barbaro come l'attentato di Samarra, l'ayatollah Khamenei, massima espressione religiosa sciita in Iran, cioè il leader religioso di quel Paese, ha usato parole colme d'odio, gettando benzina sul fuoco: «Questi atti odiosi sono stati commissionati da un gruppo di sionisti e di occupanti mancati». Questa posizione è figlia di un'offensiva culturale che dura da molto tempo. A partire dagli anni '70 l'Arabia Saudita, tanto per fare un esempio, ha speso molti miliardi di dollari per sostenere le università religiose in Pakistan, per irrobustire gli introiti dei religiosi egiziani e di molti stati arabi che insegnano la versione estremista dell'Islam nelle Università regionali. Questo denaro è servito inoltre a costruire nel mondo occidentale circa 2000 scuole islamiche. In queste istituzioni le interpretazioni moderate e tolleranti dell'Islam sono bandite a favore del credo estremo dei sauditi.

Nei centri e nelle scuole islamiche, così come nelle moschee, sono state soffocate le tradizioni musulmane per essere sostituite da insegnamenti di odio ed inni alla jihad. Troppo spesso abbiamo ascoltato sermoni colmi d'ira, di clamorose bugie e di fantasiose teorie cospirative al solo scopo di accendere gli animi ed aizzare la folla. E' da qui, da queste scuole, da questi centri che nasce la cultura dell'odio, della violenza e dell'intolleranza. In questo senso il confronto con il mondo occidentale e con le religioni ebraica e cristiana diventa particolarmente interessante ed indicativo.

Sono 13 i cristiani uccisi negli scontri in Nigeria. Don Matteo è stato brutalmente assassinato in Turchia. Di fronte a tanto sangue la Chiesa Cattolica in generale, ed il Pontefice, in particolare, hanno avuto parole ferme ma moderate, diffondendo sempre un messaggio di amore e tolleranza. Anche in questo si misura la distanza abissale che divide i nostri mondi. Mentre gli imam e gli ayatollah nelle moschee mediorientali (ma non solo, spesso anche in quelle occidentali) fomentano la folla e la guidano in una spirale di violenza ingiustificabile ed inammissibile, trasformandosi in amplificatori della cultura d'odio imparata nelle scuole islamiche, il Papa ed i vescovi ci insegnano i valori della libertà e della tolleranza, che significano rispetto reciproco. Ma per rispettare gli altri dobbiamo innanzitutto rispettare noi stessi, e questo può avvenire soltanto se non abbiamo paura delle nostre radici e della nostra civiltà. Se mettiamo in discussione ogni volta i nostri valori, in nome di un nichilismo che non ci deve appartenere non riusciremo mai a trovare quella serenità che è fondamentale per relazionarci con le altre culture.

! Matteo Gualdi
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