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L'obolo di Botteghe Oscuredi Danilo Giurdanella - 24 febbraio 2006 Tempo fa uno dei più autorevoli opinionisti italiani, Sergio Romano, che in passato era stato ambasciatore d'Italia a Mosca, si chiese come avremmo potuto spiegare ai nostri figli che, nonostante il Pci avesse preso danaro da un potenza ostile, l'Urss, i dirigenti comunisti italiani uscirono immacolati da tutti gli scandali di tangentopoli. Tale movimento di soldi, dalla Russia all'Italia comunista, è ricostruito mirabilmente in un bel libro di Valerio Riva, Oro da Mosca - I finanziamenti sovietici del Pci, il quale, per il suo zibaldone di ottocento pagine, si è avvalso della collaborazione di oltre sessanta esperti. Molti comunisti, come Cossutta, ammisero di aver incassato ingenti somme di danaro, ma giustificarono moralmente la loro azione affermando che non si trattava di tangenti, ma di un «regalo» dell'amico russo. E' ovvio che, come dicono gli americani, non esistono pasti gratis. Quindi se il Pcus finanziava il Pci, a partire dai primi soldi che Stalin mandò a Togliatti e a Secchia tramite Tito, si aspettava in cambio qualche favore. Ma, come spesso accade, al peggio non c'è mai fine. E la tesi che il Pci fu finanziato solo da Mosca, e che i loro finanziamenti erano in qualche modo «meno immorali», è caduta sotto le scuri dei recenti studi effettuati dagli storici e portati alla ribalta dalla cronaca gionalistica. Il Pci non fu finanziato solo dal Pcus, ma anche da tante aziende italiane. Pecunia non olet, si diceva al tempo dell'imperatore Vespasiano, quando questi istituì una tassa sui bagni pubblici. Sembra che questo fosse diventato il motto dei comunisti italiani. Non importa se il danaro viene dal sistema capitalista. Fin quando ci sono abbastanza soldi, è possibile mandare avanti la macchina del partito. Investire il denaro in attività formative, ricreative, pagando intellettuali, in modo da reclutare il maggior numero possibile di adepti. Poi i dividendi verranno spartiti fra i dirigenti del partito, i quali avranno un incarico ben remunerato. Massimo D'alema era un comunista (guai a chiamarlo così ora!) che non aveva mai lavorato neppure un giorno in vita sua. C'era un partito che pagava. E come lui centinaia di dirigenti che avevano un posto di lavoro sicuro, casomai non fossero stati eletti in Parlamento. Ironia della sorte: il partito che doveva combattere il capitalismo era diventato una macchina capitalista perfetta! Aveva i suoi consumatori, dirigenti, azionisti, i soci fondatori, fra cui il padre di D'alema e il nonno di Fassino e distribuiva i suoi ricchi dividendi. Una ricca torta da cui tutti mangiavano. Tutti o quasi. C'erano anche intelletuali di sinistra, come Valerio Riva, che avevano la loro dignità e non si iscrissero al Pci. Ma il prezzo da pagare era l'esilio intellettuale e professionale. Insomma essere comunisti era facile. Molto di più. Era una scelta obbligata per molti intellettuali. Intellettuali che, ovviamente, tacevano sulle malefatte del partito, così come in Russia i poeti tessevano le lodi di Stalin, mentre questi uccideva quattordici o quindici milioni di kulaki. Massimo Teodori, professore di Storia presso l'Università di Perugia, dalle colonne de Il Giornale ci racconta le ultime scoperte sulle malefatte finanziarie del Pci. I comunisti disponevano di un rappresentante nei consigli di amministrazione delle grandi aziende di Stato, come l'Enel o l'Iri, al tempo la più grande holding industriale italiana, che fu capitanata da Romano Prodi, su volere di Ciriaco De Mita. Ebbene questi «rappresentanti» avevano il compito di distribuire posti di lavoro su indicazione politica, come purtroppo ancora oggi avviene in alcune regioni rosse d'Italia. Inoltre, ovviamente, raccoglievano l'obolo, il danaro che veniva prelevato dai fondi neri e serviva a mandare avanti le costose iniziative del partito. A volte il Pci si serviva di un prestanome, come nel famoso caso del «compagno G», cioè Primo Greganti. Sovente il danaro veniva dato sotto forma di lucrosi appalti alle Cooperative rosse, vero e proprio salvadanaio della sinistra. Nonostante la recente attenzione di storici e giornalisti, molte cose rimangono ancora oscure nel sistema di finanziamento della sinistra. Non si riesce a capire come mai il Pci, che aveva un patrimonio immobiliare di mille miliardi di lire, non fu coinvolto, se non di striscio, nella tangentopoli del 1992. Forse i giudici pensavano che fossero i soldi raccolti con le Feste dell'Unità? Eppure quel danaro e le enormi spese di propaganda elettorale del Pci erano sotto gli occhi di tutti! Ancora oggi, d'altro canto, i Democratici di Sinistra mantengono un apparato di centinaia di funzionari, mentre Forza Italia ne impiega solo qualche dozzina. Non si riesce a capire perchè la Dc e il Psi furono costretti, durante tangentopoli, a tante umiliazioni; mentre il Pci ne uscì indenne, anzi rafforzato elettoralmente. Sergio Romano aveva ragione. E' qualcosa che avremo difficoltà a spiegare ai bambini italiani.
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Ragionpolitica, periodico on line n.149 del 20/2/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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