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Ciampi e il dialogo a metà

di Gabriele Cazzulini - 24 febbraio 2006

La ricetta del Ciampi in camice bianco che stila la diagnosi sui tempi attuali e sullo scontro di civiltà è tutta condensata in un'unica pillola: «dialogo». Con tutta la reverenza della sua prima visita alla sinagoga di Roma, la suprema autorità politica dello Stato italiano sollecita «i popoli, le culture, le religioni» a «dialogare tra loro per conseguire il bene comune degli uomini». Ma dialogare su cosa? Tra chi? E poi: a quale fine? Tutte risposte vuote, tutte parole mancate, neanche a farlo apposta, proprio dal «dialogo», cioè dalla parola per eccellenza. Comunque sia, dopo aver ingurgitato il Ciampi-pensiero, non si rilevano effetti positivi nel placare il conflitto degli islamisti contro gli occidentali. Ecco già un buon motivo che rende inefficace la terapia prescritta da Ciampi. Perché scontro di civiltà? Scontro sarebbe se entrambi le parti muovessero l'una contro l'altra. Ma non è questo il caso. Anche se un magistrato italiano non ha considerato reato l'attività di reclutamento di terroristi, non si sono ancora visti occidentali travestirsi da kamikaze per attaccare la loro stessa patria, tanto meno salire su un aereo, dirottarlo e scagliarlo contro il grattacielo di una metropoli araba. Dov'è lo «scontro»? Piuttosto, parlando di dialogo e di parole, quella più corretta sarebbe «attacco».

Però osservando la realtà con occhi smaliziati, non si può certamente nascondere che a scontrare l'Occidente non sia soltanto un Islam «straniero», al di fuori del suo spazio, ma anche un Islam «interno», che, oltre alle sue comunità, fa perno anche su una porzione, più o meno ampia a seconda del Paese, di forze ostili ai valori occidentali. Senza bisogno di estrarre scimitarre o esportare barili di petrolio, gli islamisti arruolano fedelissimi militanti occidentali raggranellando, a piene mani, manodopera a basso costo per incendiare i suoi stessi simboli, in preda ad un'autocoscienza così distorta da ripiegarsi in quella dei loro sfruttatori. Guardando all'Italia, non è un'uscita balzana quella della strada dedicata ad Arafat, né un luogo comune quello di un fiancheggiamento continuo delle sinistre giovanili verso la propaganda anti-israeliana e anti-americana. In ogni grande manifestazione del popolo di sinistra c'è sempre tempo per bruciare qualche bandiera israeliana e americana.

Sarebbe interessante scoprire, quando questo rinnegamento di identità sarà solo il ricordo di un malanno di stagione, per quali cause così vasti settori della sinistra europea, dentro e fuori il parlamento, nutrano ancora un complesso di inferiorità verso i musulmani, e in generale verso le popolazioni più lontane dal nostro modello, al punto tale da inventarsi colpe immaginarie per cui auto-infliggersi pene reali. E' un'infatuazione per la diversità che viene elevata a superiorità. E' questo universo di «occidentali anti-occidentali» che crea la divisione tra «noi» e «loro»: «loro» sono buoni e sono le vittime; «noi» i carnefici cattivi. E così si finisce per credere che le libertà, la democrazia, il capitalismo, i diritti umani, il progresso, la cultura siano violenze inflitte ai danni di vittime esistenti solo nella testa della sinistra auto-lesionista. La satira non è più l'espressione della libertà «dissacrante» ma un attacco diretto contro un'intera religione e i suoi fedeli.

La distruzione della moschea di Samarra dimostra che l'Islam non è un monolite graniticamente duro come la pietra nera della Mecca. E' percorso da divisioni profonde, che lacerano la sua identità, impedendone l'unificazione istituzionale e spirituale. Wahabiti, sunniti, sciiti sono le etichette che scorrono sulle strisce informative di ogni Paese occidentale e che significano contrapposizioni interne, fratture ideologiche e dissidio teologico. Anche l'Islam patisce le sue contraddizioni, e non sembra poter far niente per sanarle. Ma visto dall'Italia e dall'Occidente, l'Islam è ingigantito nell'icona della persecuzione, il proletariato del XXI secolo, il Cristo ripudiato dagli ebrei. Epocali fratture diventano solo questioni accademiche, mentre le diverse sfumature dell'Occidente diventano buchi neri in cui farlo sparire.

Non c'è lo scontro, ma l'aggressione, l'attacco, l'offesa. Non c'è la civiltà, o almeno non c'è la stessa civiltà. Allora è un impegno vano quello di parlare a chi non parla la stessa lingua perché vive in una dimensione differente dalla nostra - né migliore, né peggiore: solamente, integralmente, fondamentalmente diversa. Parlare a chi non vuole parlare, parlare a chi fa parlare le armi, parlare a chi usa le parole come armi per uccidere il suo interlocutore. Non è detto che le parole producano il dialogo; alcune parole hanno l'effetto di produrre il silenzio, perché provocano morte. Ciampi alla sinagoga fa l'elogio del silenzio di quell'Occidente che vorrebbe ascoltare e spera ancora di capire - ma finisce solo per ascoltare il suono delle offese e l'esplosione delle bombe. E lì, resta zitto. Il dialogo di Ciampi funzionerebbe soltanto a metà, cioè se a parlare fossero gli islamisti, e l'Occidente ripetesse le loro parole facendole sue. Ma se non è seguito da una risposta, l'ascolto porta con sé il silenzio, e il silenzio è la parola dell'obbedienza.

! Gabriele Cazzulini
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