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Il declino dei partiti di centrosinistra

di Gabriele Cazzulini - 27 febbraio 2006

La vera e unica forza del centrosinistra si sta sfaldando; i partiti vengono erosi gradualmente nel loro corpo, le cui ossa sono decalcificate dal continuo impoverimento della loro classe politica e sul punto di sbriciolarsi. Non tutti i partiti, ma quelli del centrosinistra. Quelli del centrodestra hanno tenuto di più perché avevano un controbilanciamento in un forte leader e, secondariamente e con forza diversa da caso a caso, in solidi leadership interne. Solo Alleanza Nazionale ha per qualche periodo camminato sull'orlo del baratro della disintegrazione, ma il ritorno di un Fini più autorevole di quello assorbito dal governo, ha riposizionato il fulcro del potere in una posizione d'equilibrio.

Invece il centrosinistra ha riversato tutto il peso della campagna elettorale adesso, e dei lunghi anni dell'opposizione, sulle spalle dei partiti. Superbia dell'orgoglio partitico e condizioni oggettive come l'assenza di leadership e la frammentazione hanno fatto sì che il partito restasse l'attore centrale del centrosinistra.

I partiti del centrosinistra erano già logorati da scelte politiche "contro natura" come la coabitazione forzata di Ds e Margherita e il continuo zampognare sul partito democratico sono fenomeni di logoramento sotterraneo che poi esplodono in vivaci polemiche che mettono il partito di Fassino contro quello di Rutelli. L'inflazionato discorso sull'identità riformista o socialista della nuova formazione unitaria è un dibattito da intellettuali che però coinvolge il sostrato dei partiti, cioè la loro identità. La rigida determinazione di Ds e Dl a non retrocedere di un solo palmo sull'identità non è soltanto la difesa d'ufficio della rispettiva ideologia. E' anzitutto una questione di consenso: in regime maggioritario la corsa al centro, cioè all'elettore mediano, era la logica dominante, così che i partiti erano divenuti piglia-tutto-e-tutti.

Qualunque forza che ambisse ad una percentuale di voto a due cifre era costretta a lanciarsi sul mercato elettorale per accaparrarsi il voto dell'insieme più ampio possibile di elettori, in barba alla coerenza del proprio programma. Adesso si verifica l'opposto. Adesso il regime proporzionale costringe i partiti medio-grandi a ritornare nel proprio recinto. Ma in dieci anni di maggioritario il rimescolamento dell'elettorato è stato tale che qualunque rinuncia su qualunque tema produrrebbe una grave crisi nei partiti. La Rosa nel pugno che si arrocca sulla laicità diventa subito la nuova casa di tanti Ds disorientati dallo scarso interesse del loro partito per questo tema. Lo stesso vale per la Margherita e per la sua misera imitazione di un partito confessionale che già fa sfiorire più di un petalo.

Prima tutti al centro, ora tutti via dal centro: i partiti restano frastornati da questi «via-vai» che prima li fa crescere e incamerare e poi li costringe a ritornare a casa, perdendo pezzi sulla via del ritorno. Prima gonfiati per raccogliere fino all'ultimo voto, e poi sgonfiati nelle loro sacche di consenso più ristrette. Se c'è la coalizione allora è più facile integrarsi, ma se la coalizione non c'è, ogni partito non ha un punto di riferimento esterno, così che diventa naturale non solo che emerga il più bravo, ma ancor più che nessuno accetti questa supremazia. Vedi batti becco tra Ds e Margherita su chi si sia più adoperato, cioè logorato, per la lista unitaria.

Conseguenza diretta è il rafforzamento delle ali estreme: prima Rifondazione e poi i Comunisti Italiani stanno vivendo una primavera politica che li ha tirati fuori dalla condizione di marginalità per farne un attore principale della coalizione di Prodi. Erano sempre rimasti fermi sulle loro posizioni oltranziste, e ora vedono ricompensata la loro tenacia.

Partiti-briciola: i grandi partiti del centrosinistra si stanno sbriciolando, ed è un processo lento, che si sviluppa senza traumi come scissioni e capovolgimenti di leadership. Non è una rivoluzione che decapita il re; il sovrano vive e vegeta, ma sono i suoi marescialli ad abbandonarlo. La rivolta delle seconde file, degli insoddisfatti per una magra ricompensa dopo un lustro di faticosa opposizione; sono gli esclusi eccellenti dalle liste dei candidati, a tutti gli effetti ripudiati dal partito.

Non si tratta di vendetta verso il padrone irriconoscente, o di bramosia per una poltrona. Candidarsi nelle liste della Rosa nel pugno non è certo la premessa ad una fulgida carriera politica. E' però la testimonianza del malessere per una forma politica che, nel centrosinistra, sta subendo l'involuzione in una centrale di potere la cui energia non è più la politica, ma il potere.

! Gabriele Cazzulini
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