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Romano Prodi, l'anti-italiano

di Gianteo Bordero - 2 marzo 2006

Nonostante abbia voluto intitolare l'elefantiaco programma dell'Unione con l'altisonante espressione «Per il bene dell'Italia», Romano Prodi non è propriamente quello che si potrebbe definire un «campione» dell'italianità e dell'orgoglio nazionale. Quando, lontano dal suolo patrio, come presidente della Commissione europea il Professore prendeva decisioni apertamente anti-italiane, la cosa non faceva più di tanto notizia e non riempiva le pagine di quegli stessi giornali oggi così pronti ad osannarlo. Andando a ritroso, come non ricordare ancora le svendite di molti fiori all'occhiello dell'industria nazionale al tempo del governo Prodi, dopo la vittoria ulivista del '96?

Non devono sorprendere, dunque, le dichiarazioni del leader dell'Unione a commento della visita americana del presidente del Consiglio. Dichiarazioni tutte improntate a uno spirito che è ben lontano da quel senso di responsabilità istituzionale e di amore per il proprio Paese che ci si attenderebbe da un candidato premier. «Non conosco il discorso che il presidente Berlusconi ha fatto al Congresso degli Stati Uniti - ha affermato ieri Prodi -. Se qualcuno dice che è stato un discorso non europeista non mi sorprende, perchè lui non lo è, nel caso ha detto solo la verità... Ritengo - ha proseguito - che la politica estera italiana debba essere orientata prevalentemente ad avere un grande ruolo in Europa. Poiché l'Italia potrà contare nel mondo solo se avrà un grande ruolo in Europa».

Dietro a questa retorica europeista tanto altisonante quanto fumosa nei contenuti, che il Professore ripropone a pie' sospinto in ogni occasione, si cela in realtà una preoccupante avversione all'interesse nazionale che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il prestigio del nostro Paese e il suo ruolo nello scenario internazionale. Ogni persona di buon senso, che si sforzi di guardare la realtà senza le lenti distorcenti dell'ideologia o della bassa propaganda, riconoscerebbe infatti nella visita americana del presidente del Consiglio un motivo di orgoglio e di soddisfazione, perché a Washington Berlusconi non rappresentava soltanto se stesso e la sua parte politica, ma soprattutto l'intero Paese. In questo senso, è Prodi - e la sinistra con lui - a tradire quello spirito bipartisan, di unità nazionale, tanto invocato in occasioni come queste.

Inoltre, bastava ascoltare ieri le parole del presidente del Consiglio di fronte al Congresso USA per rendersi conto che tutto erano fuorché una manifestazione di anti-europeismo. In un passaggio del suo intervento, molto applaudito da deputati e senatori americani, Berlusconi ha infatti affermato che «è necessario che i legami tra Europa e Usa si mantengano forti e solidi. E proprio perché persuaso di questa esigenza mi sono impegnato in una decisa e continua azione diplomatica e politica presso i miei colleghi europei affinché l'Europa non indebolisse durante la vicenda irachena i propri legami con gli Stati Uniti d'America. L'identità dell'Europa - ha proseguito - non deve avvenire in contrapposizione dell'America. L'integrazione europea non deve essere una fortezza creata nell'illusione di conservare propria ricchezza e libertà. Un'Europa slegata dagli Stati Uniti comprometterebbe la sicurezza del mondo intero. L'Occidente è uno solo, non ci possono essere due occidenti: l'Europa ha bisogno dell'America e l'America ha bisogno dell'Europa». Che cosa vi sia di anti-europeo, in queste dichiarazioni, da Prodi e dai suoi alleati non è dato saperlo.

Ciò che spinge il Professore a mettere in campo queste accuse, oltre ai motivi legati alla contingenza della campagna elettorale, è la sua storia personale, segnata da una cultura tecnocratica incapace di leggere in profondità i fatti politici e il dinamismo storico da essi generato. Si comprende così come l'Europa dietro cui si nasconde Prodi non sia l'Europa popolare e politica cui si richiama coerentemente il presidente del Consiglio, ma l'Europa della tecnocrazia e della burocrazia, l'Europa degli uffici e non quella della gente. L'Europa, insomma, come mera istituzione, a prescindere dalle sue radici storiche e culturali e dalla sua appartenenza all'Occidente.

E' in questo quadro tecnocratico e anti-popolare, dunque, che il candidato premier dell'Unione vorrebbe inserire l'Italia in caso di vittoria elettorale del centrosinistra. Ma, più che un inserimento, sarebbe un dissolvimento. Nel nome del proprio tornaconto personale e degli interessi di poche élite e del «salotto buono» europeo, il Professore sarebbe pronto ancora una volta, come ha già fatto ampiamente in passato, a svendere l'interesse nazionale al miglior offerente, guidando così l'Italia verso il declino del suo prestigio e della sua immagine nel mondo. Un prestigio e un'immagine che, come testimonia la giornata di ieri, il presidente Berlusconi ha saputo garantire, accrescere e dilatare.

! Gianteo Bordero
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Ragionpolitica, periodico on line n.151 del 6/3/2006
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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