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L'Occidente, l'Islam e il valore dell'uomo

di Paolo Nessi - 2 marzo 2006

Oggi, in Italia come in Europa, si pone il problema di riformulare i rapporti tra Islam e Occidente. Che non può prescindere dalla richiesta all'Islam di riflettere criticamente circa i suoi rapporti con il fondamentalismo. A livello pratico spetta alla politica il compito di decifrare le possibili soluzioni. Ma ad essa deve sottendere una proposta culturale che colga e sappia definire i termini della questione. Ed elaborare una conseguente strategia in grado di dirimere l'attuale situazione di conflitto.

E' significativo che l'Islam non abbia mai dedicato energie ad una speculazione intellettuale che fondasse un'antropologia in maniera organica e sistematica. Perché ciò che nell'Islam è importante non è tanto l'uomo in sé. Ma esclusivamente nel suo rapporto, non mediato da alcunché, di dipendenza e sudditanza con Dio. Per cui, l'individuo acquisisce valore esclusivamente nella misura in cui adempie formalmente ai dettami della dottrina. Non viene concesso alcuno spazio alla libera scelta personale, né alla dimensione dell'interiorità (salvo che nella mistica Sufì). Una tale visione, se portata alle estreme conseguenze, ha il suo naturale sbocco nel fanatismo. Che in una sorta di circolo vizioso a sua volta si alimenta e sfrutta certe tendenze insite nell'Islam.

Per cui tutto ciò, e chi non attiene rigorosamente alla propria visione del mondo, è lecito considerarlo inferiore, reietto e condannabile. Tanto che diverse sfumature dottrinali appaiono insopportabili agli adepti delle diverse correnti interne all'Islam. Ne è un chiaro esempio il recente attacco alla moschea di Samarra, considerato il quarto luogo santo per gli sciiti, perpetrato da fanatici sunniti. E in seguito l'occupazione di una sessantina di moschee sunnite da parte di Moqtada al Sadr, leader estremista sciita. Questa volta si trattava di islamici contro altri islamici. Seppur appartenga intrinsecamente all'uomo l'implicita consapevolezza dell'infinito valore dell'altro, quando questa non è tuttavia tematizzata e ed esplicitata mediante la riflessione, può essere soffocata dal contesto culturale in cui è immersa.

A ben vedere, la mancanza di una idea dell'uomo come valore irriducibile nella sua assoluta dignità non appare così anomala. Si è reso possibile il suo sorgere e il suo realizzarsi solo in Occidente. Anzi nell'occidente cristiano. Per definire lo statuto ontologico del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, infatti, la teologia dogmatica dei padri della Chiesa assunse il termine greco "persona". Modificato nel proprio contenuto fino a fargli assumere il significato odierno. Al contempo per analogia si iniziò a definire persona anche l'uomo in forza della sua immagine e somiglianza con Dio, elevato alla sfera del divino mediante il sacrificio di Cristo. E da questo nacque l'idea dell'uomo come ente supremo a tutte le creature, beneficiario delle infinite grandezze del cosmo. E da lì l'esaltazione di tutte le sue sfere e determinazioni fondamentali, come la libertà, l'intelletto o la capacità affettiva.

Alla luce di questo è necessario che una formazione politica che oggi intenda governare non si esima dalla difesa dell'idea di Occidente come spazio vitale e orizzonte di valori. E delle radici giudaico-cristiane come essenza dell'Occidente stesso. Affinché il dialogo e il confronto abbiano un significato e perché possano sussistere ragioni per difendere le proprie terre dall'avanzata islamista. E in Italia sembra che solo una delle forze in campo al momento abbia assunto quella linea che denota la coscienza e la percezione reale dell'attuale situazione.

! Paolo Nessi
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