|
|||||||
|
|
L'Islam contro i mulini a ventodi Riccardo Meynardi - 10 marzo 2006 Un italiano che alla Domenica va a Messa sa che le offerte che verranno raccolte tra i fedeli saranno utili per supportare una buona causa. Verranno aiutati dei missionari che operano nel Terzo mondo, o sarà organizzato un viaggio a Lourdes per i fedeli, o saranno aggiustati i tavoli da ping pong della parrocchia. Cose utili ad una piccola comunità o al servizio di grandi ideali di carità. La bontà di un'offerta è talmente palese che è perfino lecito scherzarci su, come fece il ragionier Fantozzi: «Io vorrei far dire una Messa». «Pro o contro qualcuno?» domandò il parroco. Bene, è ovvio che non si fa recitare una messa contro qualcuno, né tanto meno si raccolgono offerte con l'intenzione di usarle per il male di qualcuno. questo dal nostro punto di vista. Per noi occidentali, intendo. Perché, per quanto possa essere sacrosanto il non voler scatenare un dannoso scontro di civiltà, altrettanto sacrosanto dovrebbe essere il riconoscere le differenze che intercorrono tra una cultura ed un'altra. Nel 2006, nelle nostre chiese è ben presente il concetto «fare del bene». Possono essere messi in discussione gli strumenti con cui si cerca di fare del bene, o magari l'opportunità di scegliere alcuni destinatari piuttosto che altri. In ogni caso, non è affatto discutibile l'intenzione di perseguire obiettivi a fin di bene, sia da parte di chi offre il proprio denaro sia da parte di chi lo riceve e lo userà. Nel 2006, nelle moschee islamiche, è già in atto un potente scontro di civiltà. Il fondamentalismo si scatena contro la libertà. Non c'è traccia di tolleranza, neppure nei confronti dei propri fratelli. L'onda delle vignette disegnate in Danimarca è ancora potente nei Paesi arabi ed in alcune moschee yemenite sono state fatte delle collette contro qualcuno, per finanziare la condanna a morte di altri musulmani. Nessuna tolleranza, nessuna libertà. Il periodico Yemeni Observer è reo di aver pubblicato le famigerate vignette. Ben censurate tra l'altro: le immagini sono state stampate con le dimensioni di una fototessera e semioscurate con una bella x nera che copre quasi tutto il disegno. Non importa. Tale pubblicazione va punita, i giornalisti e il direttore dello Yemeni Observer vanno puniti. Per questo vengono raccolti Riyal nelle moschee, per finanziare le spese legali affinché i responsabili di tale atto blasfemo (per loro) e di libertà di informazione (per noi) vengano condannati a morte. A morte. Non meritano più la vita. E non importa a nessuno se i giornalisti hanno accompagnato le minute immagini con articoli di netta condanna verso le stesse. Mohammed Al Asadi non merita più di vivere. Questo è il sentimento che si respira nelle moschee. Niente tolleranza; nessuna libertà; solo una legge, la Sharia. D'altronde è il profeta stesso, secondo i 23 (proprio ventitre!) avvocati dell'accusa, a lodare le condanne a morte, a negare il perdono. Il Corriere riporta la dichiarazione di uno degli avvocati fondamentalisti: «Il profeta lodò l'assassino di una donna che lo aveva offeso, vogliamo la stessa punizione». Si vede che vorranno essere lodati anche loro. Non sembra esserci ombra del perdono cristiano. A parte la condanna estrema per il direttore di Yemeni Observer, l'accusa chiede la chiusura definitiva del periodico, la confisca e l'interruzione di tutte le attività legate all'editore e un compenso per i «gravi danni psicologici subiti per l'insulto al Profeta, che hanno lo impedito perfino di lavorare». Così com'era già stato fatto in precedenza per altre testate in Giordania, in Arabia saudita, in Marocco. Cose che noi occidentali non potremmo nemmeno immaginare, se nessuno ce le raccontasse. Il fatto è che un duro scontro di civiltà è già in atto e tenuto vivo nelle moschee. Noi stiamo cercando di tenercene fuori, affinché rimanga una questione unilaterale. Affinché i fondamentalisti possano combattere il loro scontro di civiltà contro i loro mulini a vento. Ma dobbiamo anche essere consapevoli del fatto che un eventuale coinvolgimento bilaterale in una questione che per ora è tutta interna all'Islam è alla portata della realtà. Non è immaginazione, dobbiamo aspettarcelo e scongiurarlo, senza però rinunciare alla libertà che abbiamo conquistato con i secoli e con il sangue.
|
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.151 del 6/3/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||