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6 marzo 2008
 
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Islam nelle scuole: qualche domanda al cardinale Martino

di Gianteo Bordero - 10 marzo 2006

Tante questioni si aggrovigliano attorno alla proposta, avanzata qualche giorno fa dall'Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), di inserire l'insegnamento della religione islamica nelle scuole dello Stato. Il rischio di confusione è grande, soprattutto se non è chiara la sostanza dei termini in gioco e la natura dei problemi. Questo rischio, poi, è destinato ad aumentare quando ad alimentare la confusione sono persone che, per storia, cultura e funzione dovrebbero avere il compito primario di mostrare la profondità e la dimensione drammatica dei problemi del nostro tempo. Ieri, ad esempio, il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, ha dichiarato: «Se in una scuola ci sono cento bambini musulmani, non vedo perché non si possa insegnare la loro religione». E ha proseguito: «Se attendiamo la reciprocità nei Paesi rispettivi dove ci sono cristiani, allora ci dovremmo mettere sullo stesso piano di quelli che negano questa possibilità». Sorprende che una questione tanto delicata come quella legata al rapporto con l'Islam e al confronto tra le civiltà e le religioni venga trattata in un modo così superficiale e, in fondo, astratto. Senza, cioè, tenere conto della dimensione concreta dei problemi. Vediamone alcuni.

Quale Islam vorremmo fosse insegnato?

Come ha ricordato ancora questa mattina sul Corriere della Sera Magdi Allam, «l'Islam è intrinsecamente e storicamente una realtà che si coniuga al plurale... La ragione della pluralità è semplice: l'Islam è una religione che si fonda sul rapporto diretto tra il fedele e Dio, non ha il sacerdote che funge da intermediario, non ha un clero che gestisce il culto, soprattutto non ha, non ha mai avuto né potrà mai avere un Papa che incarnando i dogmi della fede assurge a unico capo spirituale e giuridico». Se non è chiara, dunque, la natura della religione islamica, il dibattito sulla possibilità del suo insegnamento nelle scuole pubbliche risulterà falsato ab origine, e si continuerà a trattare il problema sotto una prospettiva parziale e distorta. L'Islam non è un blocco monolitico, e questo stesso fatto pone la grave questione di come porsi di fronte ad esso e alle sue varie declinazioni. Allora, sostiene ancora Magdi Allam, dovremmo innanzitutto porci la domanda su quale Islam vorremmo fosse insegnato nelle nostre scuole. «L'Italia - scrive - è chiamata a scegliere: vogliamo l'Islam laico della Tunisia, l'Islam mistico delle confraternite sufi, l'Islam radicale dei wahhabiti sauditi, l'Islam fascista dei Fratelli Musulmani, l'Islam nazista di Ahmadinejad o l'Islam terrorista di Bin Laden?». Una domanda che meriterebbe risposta da chi affronta le questioni senza sforzarsi di calarle nella realtà concreta in cui poi esse si dovrebbero sviluppare.

L'Islam è veramente una «religione di pace»?

Il cardinale Martino ha affermato che «tutte le religioni sono di pace, e la via per trovare una coesistenza è la collaborazione laddove è possibile, ad esempio sul piano sociale». Bene. Ma siamo così sicuri che tutte le religioni siano «di pace», e soprattutto che lo sia quella islamica? La risposta è, anche in questo caso, complessa, ed è legata proprio alla molteplicità di interpretazioni e di declinazioni cui il Corano, nel corso dei secoli, è stato soggetto. Ma non si può mettere sotto silenzio il fatto che numerosi versetti del testo sacro dell'Islam siano versetti di guerra, soprattutto quelli che riguardano il rapporto con i credenti delle altre religioni, gli «infedeli» chiamati alla conversione. Giova dunque alla scuola pubblica, che - come si ripete spesso - dovrebbe favorire la coesione e l'integrazione sociale, l'insegnamento di una religione che, volenti o nolenti, ha nel suo testo sacro riferimenti così espliciti al jihad, alla guerra santa, alla sottomissione dell'«infedele»? Anche mettendo da parte le interpretazioni più intransigenti e integraliste, non si può far finta che tali riferimenti non vi siano.

Che cosa ne sarebbe del Concordato?

Le parole del cardinal Martino avrebbero di fatto significative conseguenze, qualora esse fossero messe in pratica, sul Concordato tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, in cui il primo riconosce alla seconda un ruolo particolare - anche dal punto di vista culturale e civile - nella storia e nella società italiane. Un ruolo meritevole di essere tutelato e promosso in varie forme, tra cui quella dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Il Cattolicesimo non è religione di Stato, che è rimane per questo laico e garantisce la libertà di culto, ma ad esso si guarda come ad un fattore importante per la vita della società italiana. E' chiaro che, se si introduce il principio secondo cui ogni religione, per il fatto stesso di essere tale, merita di essere insegnata nella scuola pubblica, allora cadrebbe nei fatti il senso profondo del Concordato. E' questo ciò che vuole il cardinale Martino? E proprio mentre nel nostro Paese va dilatandosi e prendendo campo quella cultura laicista, anti-cattolica e anti-clericale, che trova ora espressione pure in un partito politico ad hoc come la Rosa nel Pugno, che ha buon gioco nel chiedere oggi, con Emma Bonino, che tutte le religioni vengano espulse dalle scuole dello Stato?

A chi affidare l'insegnamento dell'Islam nelle scuole?

Se veramente si procedesse nella direzione cui il cardinale Martino si è detto favorevole, a chi affidare l'insegnamento dell'Islam negli istituti pubblici? A docenti già in ruolo nello Stato? A rappresentanti della Consulta islamica? A imam delle moschee? Scrive ancora Magdi Allam sul Corriere di oggi: «La gran parte delle moschee sono già nelle mani dei Fratelli Musulmani, che mirano a egemonizzare il potere religioso e politico strumentalizzando la democrazia, e dei jihadisti, i combattenti della "guerra santa" contro gli ebrei, i cristiani e gli occidentali. Sono stati proprio i seguaci dei Fratelli Musulmani ad avanzare martedì scorso la richiesta dell'insegnamento dell'Islam nella scuola pubblica. All'interno di un pacchetto di rivendicazioni che, partendo dal censimento dei musulmani fino alla costituzione di banche islamiche, prefigura la volontà di dar vita a una "entità islamica" in seno allo Stato italiano». Vogliamo affidare a persone come queste l'insegnamento dell'Islam nelle nostre scuole? Anche qui ci troviamo di fronte a una questione grave e complessa, che meriterebbe approfondita riflessione e adeguata risposta dai promotori delle proposte in discussione.

Come affrontare la questione della reciprocità?

Per quanto riguarda l'aspetto della reciprocità, è chiaro che uno dei due contendenti debba fare il cosiddetto «primo passo». Ma ciò non può significare, per ciò stesso, che vengano scavalcati in un sol colpo i problemi drammatici che sono sul tappeto. Dobbiamo tacere il fatto che nei Paesi musulmani - anche quelli cosiddetti «laici» - la libertà religiosa è ben lontana dall'essere resa effettivamente operativa? Dobbiamo far passare sotto silenzio il fatto che, in molte parti del pianeta, l'Islam perseguiti sistematicamente i cristiani di ogni confessione e gli ebrei? Se è vero, dunque, che la reciprocità non può essere usata come una clava «ideologica», allo stesso modo è vero che essa porta con sé problemi concreti non ancora risolti, e che non si risolvono di certo facendo finta che essi siano un aspetto secondario e ininfluente nella questione del rapporto con l'Islam - lo ha ricordato, ancora di recente, monsignor Rino Fisichella.

Concludendo...

Vorremmo tutti che il rapporto con l'Islam fosse pacifico, improntato al dialogo e al reciproco rispetto, e queste strade sono senz'altro da perseguire. Il punto è che, guardando ai fatti, sorge più di un dubbio che questioni tanto complesse possano essere risolte con ricette tanto semplici quanto astratte - come dimostrano, tra l'altro, alcune dichiarazioni degli stessi rappresentanti della galassia musulmana in Italia, scettici sulla proposta dell'Ucoii e sulle riflessioni del cardinale Martino. E' augurabile che le domande che abbiamo formulato non restino senza risposta, e che non si annacqui la gravità delle questioni col l'ideologia del politicamente corretto oggi tanto in voga.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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