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Cristiani e sharia

di Remo Viazzi - 23 marzo 2006

Fa bene George Bush a dire di essere «... turbato, profondamente turbato» in riferimento al caso di Abdul Rahman, l'afgano convertitosi al cattolicesimo sedici anni fa e che ora rischia la pena di morte, secondo la ferrea disciplina della sharia. Lo stesso Presidente, però, appare anche troppo ottimista quando chiosa: «ci aspettiamo che gli afgani osservino i principi umanitari di libertà...», perché - allo stato attuale delle cose - se anche Abdul Rahman avrà salva la vita, non sarà certo per merito di quei diritti inalienabili dell'uomo che la civiltà occidentale difende e prova a far prevalere sul mondo intero.

Per quanto Repubblica non manchi di far notare come la minaccia di Germania, Italia e Canada di ritirare i propri contingenti dall'Afghanistan suoni alle orecchie di Kabul come «un ricatto», si registra una mobilitazione generale anche della Nato e dell'Onu tutta tesa a far pressione sul Presidente Karzai. E Karzai si ritrova tra le mani una questione piuttosto spinosa, che sembra poter essere risolta attraverso un escamotage che si preoccupa del metodo senza entrare nel merito, che invece è ciò che marca le distanze abissali tra la visione occidentale dello Stato e quella dell'islam. Così quando il rappresentante dell'Onu Tom Koenigs sentenzia che «la vicenda deve essere affrontata dal solo potere giudiziario, che è indipendente» dice un'idiozia, ma nel contempo scoperchia la pentola dei diritti umani giornalmente calpestati dai paesi islamici: la giustizia non è affatto indipendente! Lo stesso afferma su Repubblica Daniele Mastrogiacomo: «Il presidente afgano - dice - ha l'esigenza di rispettare l'indipendenza di una magistratura che applica il codice della "sharia"...» commettendo lo stesso errore di prospettiva per non voler ammettere invece che è proprio la totale assenza di uno stato laico a non permettere un dialogo che si preoccupi della sostanza, piuttosto che del contorno della vicenda. Insomma, alla fin fine, se si riuscirà a superare l'impasse, lo si farà dandola vinta ai principi coranici su cui si fonda l'Islam e non grazie ad una generale accettazione dei principi di libertà su cui si fondano le nostre democrazie e Rahman, per aver salva la vita, dovrà essere considerato «matto». Ma sarà vera vita?

Dato per scontato che il martirio - secondo il significato etimologico del termine: «testimonianza» -non può che essere una scelta del tutto libera e non imposta, come potrà essere accettabile per Rahman scoprire di aver salvato la pelle solo perché ritenuto «matto»? Non fu proprio questo il messaggio profondo che lasciarono i cristiani delle origini? Quella vocazione al martirio come testimonianza della loro libera scelta religiosa, difesa anche di fronte ai leoni delle arene? Non fu appunto vissuto il martirio come estrema possibilità di non tradire la propria adesione a Cristo, per non ripetere l'errore di Pietro, che rinnegò Gesù tre volte «prima del canto del gallo»? E allora, è pur vero che «l'esperienza religiosa non richiede saggezza, ma follia», «amor d'esmesuranza» per dirla con le parole di Iacopone da Todi, ma sembra francamente del tutto inammissibile pensare che questa, quella di bollare Abdul Rahman come insano di mente, incapace di intendere e di volere, sia l'unica strada percorribile per sperare che la magistratura afgana non commetta un crimine che secondo i nostri valori rimarrebbe del tutto inaccettabile.

Possiamo sempre consolarci con un'altra delle notizie del giorno. Ben diverso trattamento infatti è destinato in Algeria a chiunque tenti di «convertire un musulmano ad un'altra religione»: una «pena» ragionevole dai due ai cinque anni di reclusione e una multa fino a dieci mila euro. E d'altra parte, se questo è quanto ci riserva l'Algeria, «paese maghrebino che pure è considerato tra i più moderati in fatto di Islam», cos'altro avremmo potuto sperare dall'Afghanistan, cosa ci riserverà l'Iran?

! Remo Viazzi
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