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De Villepin spalle al muro

Non paragonate la Riforma Biagi a quella francese del Cpe!

di Riccardo Meynardi - 29 marzo 2006

La riforma italiana del mercato del lavoro e quella francese del Contratto di primo impiego (Cpe) sono due interventi sostanzialmente diversi fra loro, perché diverso è il loro principio fondante: la prima ha come scopo quello di abbassare il tasso di disoccupazione e quello di dare la possibilità ai giovani che intendono incominciare a lavorare, investendo sul proprio futuro, di farlo tramite esperienze dirette ed una creazione di un curriculum completo; la seconda, la legge francese sul Cpe, ha invece come obiettivo quello di aumentare la flessibilità per favorire l'attività d'impresa. È una flessibilità diversa da quella ricercata dalla legge Biagi, perché, oltre a facilitare l'assunzione del lavoratore, ne rende non necessariamente giustificabile il suo licenziamento.

Non dobbiamo avere paura di ricordare che Silvio Berlusconi si è sempre fatto sostenitore di un bipolarismo dell'alternanza costruttivo e continuativo, di una politica che corregga il tiro, quando necessario, della legislatura precedente senza, però, contrastarne aprioristicamente e ideologicamente l'operato. Cosa che invece farebbe un eventuale governo Prodi/D'Alema andando al governo, visto che l'unica sintesi possibile delle 281 pagine di programma è quella dell'antiberlusconismo ideologico.

La riforma del mercato del lavoro, infatti, è nata dal pensiero di Marco Biagi che, già dal 1997, era consigliere del Ministero del lavoro e che ha collaborato alla stesura del pacchetto Treu. Ora, non si può dire che la Riforma del lavoro sia una riforma di sinistra, per il semplice fatto che gode di quelle caratteristiche di continuità, collaborazione, rispetto del lavoratore e dell'impresa tipiche un modo di governare non ideologico, di un governo di centrodestra. La sinistra, che affoga nelle contraddizioni, non avrebbe mai avuto la forza di portare avanti una riforma del genere. Da qui arriva l'opposizione cieca, sorda e squisitamente ideologica della sinistra al modello Biagi: da un progetto che era il loro, ma che non sono stati in grado di elaborare, né tanto meno di rendere attivo.

Cercare di paragonare la riforma Biagi a quella del Cpe francese è sbagliato per una ragione talmente banale ed evidente da sembrare incredibile e da far sembrare necessaria una ricerca di punti di contatto fra le due leggi che necessaria non è, e che serve soltanto a tirare instabili ponti tibetani per unire le due sponde di un cratere enorme. A differenza della riforma del mercato del lavoro intrapresa in Italia, infatti, quella del Contract Première Embauche francese permette al datore di lavoro di licenziare il giovane lavoratore anche senza una giustificazione. Non c'è tutela del lavoratore, è un modello di flessibilità atto solo a favorire il datore di lavoro, è unilaterale, è autentico precariato. Basta questo per rendere imparagonabili le due riforme. È una mancanza di tutela che non permette un rapporto di chiarezza tra chi lavora e chi dà lavoro.

Patti chiari, amicizia lunga. Se un giovane viene assunto a tempo determinato e sa, pertanto, quando scadrà il proprio contratto, potrà muoversi in tempo nella maniera che ritiene più opportuna. Dando al datore di lavoro la possibilità di licenziare senza il dovere di giustificare seriamente tale licenziamento si crea il vero precariato, quello fondato sull'incertezza. Questo è il sentore che hanno i tre milioni di persone manifestanti in Francia. Gli studenti vedono in pericolo il loro ingresso nel mondo del lavoro, i sindacati lottano in qualità di sostenitori del posto fisso. Ora de Villepin si trova con una situazione scottante da gestire, abbandonato anche dal Ministro dell'interno Sarkozy, deve decidere se sperare che la protesta si spenga da sola o se cedere politicamente sul Cpe, accettando un'apertura dei negoziati, che comunque non renderebbe meno inevitabile la sua dura sconfitta politica.

Una terza opzione potrebbe cadere come manna dal cielo per il primo ministro, domani sarà reso noto il giudizio del Consiglio costituzionale: se alcuni passaggi della legge venissero ritenuti incostituzionali e non ci fosse quindi la ratifica da parte del Presidente della Repubblica, sarebbe un buon momento per tornare sui propri passi. In ogni caso, qualunque sia la situazione delle tre a verificarsi, per Dominique de Villepin sembra defunta la possibilità di una sua candidatura all'Eliseo. Tre milioni di manifestanti urlanti, che corrispondo a circa il 5% della popolazione francese, hanno avuto la meglio, dimostrando la loro forza e la loro prepotenza, vincendo sul sistema democratico.

! Riccardo Meynardi
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