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La metamorfosi del comunismo, da rosso a verde

di Giorgio Bianco - 4 aprile 2006

C'è stato un tempo - ha scritto, in un eccezionale articolo sul Daily Telegraph, Charles Moore - in cui l'inquinamento era sostanzialmente approvato dalla sinistra. La realizzazione di nuove dighe, fabbriche, miniere era fonte di maggiore potere per la classe operaia e, quanto più rapidamente fossero state costruite, tanto più velocemente le vecchie società «feudali» sarebbero state sostituite dal socialismo. «Il controllo degli operai sui mezzi di produzione - scrive Moore nell'articolo, intitolato «What you get when you mix Red and Green? A bad climate» - era un bene; dunque, anche la produzione in sé era buona, e l'inquinamento era ignorato sulla base del principio che non si può fare una frittata senza rompere le uova».

La fine della Guerra Fredda e il collasso del socialismo reale con la sua enfasi sull'industria pesante come elemento indispensabile all'emancipazione del proletariato, lasciò la sinistra in una grave crisi culturale, priva di un collante ideologico capace di tenerla insieme, ma ben presto essa lo identificò nelle ideologie ecologiste: «Se il lavoratori non potevano prendere in mano i mezzi di produzione, la teoria doveva essere corretta. Adesso erano quei mezzi di produzione a essere cattivi. Era ormai decretato: l'avidità capitalistica - specie statunitense - stava distruggendo il pianeta».

Una volta individuato il nuovo nemico - il libero mercato, il capitalismo e, ovviamente, gli Usa - la sinistra aveva gioco facile nell'invocare le sue ricette, diverse nei contenuti, ma non nello spirito informatore che da sempre è proprio di tutte le sinistre: «la necessità per il governo di assumere il controllo del privato e per l'internazionale di schiacciare il nazionale. E il bello di tutto questo era che tutto può essere rubricato alla voce "salvare il pianeta". Che si tratti di limiti di velocità, di pannolini usa e getta o di voli economici o di vecchi frigoriferi o di quanti figli puoi avere, ti può essere detto di non fare ciò che stai facendo. E se ti lamenti, puoi essere bollato come un porco egoista».

Coloro che invocano, sempre e comunque, l'intervento dello Stato, probabilmente trovano insopportabile che il clima non possa essere soggetto a piani quinquennali. Quando si sono accettate le teorie ecologiste sul cambiamento climatico, può essere così, anzi deve esserlo, e senza un'iniziativa coercitiva a carattere globale, saremo tutti destinati a perire.

A questo punto viene la parte più interessante e penetrante dell'analisi di Moore: l'Occidente, che va sempre più rinnegando la religione senza la quale non sarebbe nemmeno lontanamente ciò che è in termini di civiltà (culturale, economica, giuridica, ecc.), sta abbracciando le miserabili teorie che hanno trasformato l'ecologia in una nuova religione: «In ogni età le religioni hanno avuto la tendenza a collegare gli estremi del clima con il peccato. Fu perché gli uomini erano cattivi che Dio mandò il diluvio sulla Terra, e fu perché Noè era un uomo giusto che gli permise di costruire un'Arca per salvare i principali rappresentanti della Creazione. Oggi, i livelli del mare si innalzano per punire la nostra avidità ed egoismo, dicono i Verdi. Impauriti da questo genere di fenomeni, uomini ricchi con coscienze poco pulite, che nel Medio Evo avrebbero fatto abbondanti donazioni ai monasteri, oggi spendono fortune in sacrifici alla Dea Gaia. Johan Eliasch, i cui successi nella vita (vendendo equipaggiamenti sportivi) sono dipesi dall'attività, dal movimento e dalla velocità, ha appena acquistato 400mila acri di foresta pluviale con l'intenzione di non farne niente. L'equivalente moderno dell'Arca è la Conferenza di Kyoto».

I Verdi, che indipendentemente dalla loro consistenza elettorale hanno saputo ricoprire, come si è visto, tutta la sinistra di una patina di sottilissima presentabilità ecologica, hanno imposto, con la scorta di teorie pseudo-scientifiche di cui si è dimostrata l'inconsistenza, un ricatto morale a cui molti politici, nel mondo, si sono purtroppo piegati. Il loro imperativo è anche in questo caso di carattere parareligioso: «Salvare il pianeta». Uno slogan che a Moore, così ci racconta, fa pensare a una vecchia scritta: «Gesù salva, ma Mosè investe» (un gioco di parole sulla parola «saves», che significa sia «salva» sia «risparmia»). La salvezza non è un dono degli uomini, chiosa saggiamente Moore. Ma l'uomo può pur sempre fare molto per ottenere un miglioramento. Innanzitutto, in Italia, abbandonando l'ipocrita libertarismo radicaleggiante dei Verdi che, mentre invoca libertà di spinello e di naturismo, nega in modo molto più intransigente libertà, che coincidono con diritti naturali, come quella di proprietà e quella di impresa.

Vale la pena rifletterci, e a lungo, perché il leader della coalizione di cui la formazione di Pecoraro Scanio è parte integrante, anche se non clamorosamente determinante, si è definito senza mezzi termini «militante di Kyoto», con tutti i danni economici certi e i più che aleatori benefici ambientali che l'adesione al Protocollo comporterà.

! Giorgio Bianco
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