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numero 280
6 marzo 2008
 
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Cos'è e cosa significa l'Ici

di Rita Bettaglio - 5 aprile 2006

Correva l'anno 1992, alla presidenza del Consiglio era tal Giuliano Amato. Il decreto legge n.333 del 11/07/1992, dal virtuoso titolo Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica, all'articolo 7 così recitava: «Per l'anno 1992 è istituita una imposta straordinaria immobiliare sul valore dei fabbricati, e delle aree fabbricabili individuate negli strumenti urbanistici vigenti, siti nel territorio dello Stato, a qualsiasi uso destinati, ivi compresi quelli alla cui produzione o scambio è diretta l'attività dell'impresa, posseduti alla data di entrata in vigore del presente decreto». Si trattava dell'«effimera» ISI. che gli italiani dovettero, obtorto collo, trangugiare.

Effimera, l'ISI, lo fu davvero, nel senso che passarono solo 5 mesi che l'ineffabile governo presieduto dall'ineffabile Giuliano sfornò il Decreto Legislativo n.504 del 30/12/1992 che ci regalava, nefando augurio per l'anno nuovo, la stabilità, non di governo (Amato lasciò il posto a Ciampi a fine aprile del '93), bensì di tassa sugli immobili: l'ISI diveniva Ici. Una tassa tassativa, periodica e puntuale più dell'influenza. Era un'imposta patrimoniale e venne subito percepita come un odioso balzello. Essa si aggiungeva alle tasse già esistenti in gran numero. La natura dell'Ici apparve subito, com'è tutt'ora, subdola e assolutamente ingiusta. Osservò Gianfranco Miglio nel 1993, riguardo all'allora ISI, la versione più «dolce» dell'attuale Ici: «è oggettivamente contrario ai diritti naturali dei cittadini, e dunque iniquo, tassare gli immobili che i cittadini medesimi abitano, prelevando dalleloro tasche un'imposta, giustificata come porzione di ricchezza presunta, ma effettivamente non mai goduta».

Secondo Miglio, infatti, i beni immobili, in particolare la casa di abitazione, rappresentano «una estensione fisica e un complemento necessario della persona che li possiede e li usa». In Italia, molti proprietari di immobili possiedono solo la cosiddetta prima casa e l'hanno acquistata a costo di grandissimi sacrifici. La casa, ai tempi in cui ero ragazzina, era il sogno di ogni padre di famiglia: quanti hanno atteso trepidanti la liquidazione per acquistare la casa, quella che avrebbero orgogliosamente lasciato al figlio o alla figlia quando si fossero sposati!

Qualcuno potrebbe dire che l'Ici sulla prima casa gode di deduzioni e di aliquote minime e quindi, tutto sommato, è sopportabile. Ad essi ricordiamo che i dati, nel 2002, indicano in 2.463.816.772 euro la quota del gettito derivante dall'imposizione sulle abitazioni principali (un quarto esatto del gettito complessivo generato dal tributo comunale), fonte ANCICNC. La stessa Unione Inquilini, che è tutto fuorchè un supporter di Berlusconi, in un documento del febbraio scorso, afferma: «Per quanto riguarda l'Ici, gli ultimi dati disponibili, forniti dalla CGIA di Mestre, affermano che dal 2000 al 2004 il gettito totale, a livello nazionale, è passato dai 9 miliardi e 354 milioni di euro del 2000 agli 11 miliardi 681 milioni di euro del 2004, ovvero un + 25%».

L'Unione Inquilini ritiene possibile l'abolizione dell'Ici sulla prima casa e si spinge a suggerirne anche le modalità ad un prossimo, auspicato (da loro), governo di centrosinistra. Sentite: «Come abbiamo visto dal totale dei gettiti la prima casa non è la voce principale tanto che la media nazionale del gettito proveniente dall'imposta comunale applicata alla prima casa è del 25,7% del totale delle entrate dei comuni. Infatti la gran parte delle imposte comunali proviene dai versamenti dovuti per immobili commerciali, industriali, aree edificabili, terreni agricoli, aree demaniali, seconde, terze case etc. Quindi oltre il 74% delle imposte comunali su gli immobili non riguarda le prime case. Ecco perché l'Ici va abolita e questo deve diventare uno dei punti programmatici dell'eventuale azione di Governo da parte dell'Unione». La ricetta, ovviamente, è di sinistra e il prossimo governo Berlusconi non percorrerà questa via, ma il tutto dimostra che si può fare, e in diversi modi.

L'Ici non è una tassa come le altre: è una tassa peggiore delle altre. E' iniqua perchè colpisce con disparità i cittadini. Pensate al caso di due coppie proprietarie di una identica casa: pensionati al minimo gli uni, giovani sposi con buoni redditi gli altri. Esse pagano la stessa Ici, ma per i loro bilanci familiari non è lo stesso esborso. I giovani, magari, mugugneranno, ma gli anziani sentiranno il respiro venir loro meno! Altro esempio: io ho una casa nella città X, ma per lavoro devo vivere nella città Y, in affitto. La mia casa di X la affitto, per compensare le spese. Risultato: devo pagare l'Ici di X senza deduzioni, devo pagare le tasse sull'affitto percepito, non posso detrarre l'affitto che pago come inquilino. Perdo dalla botte e dalla spina.

Il ristabilimento dell'equità fiscale in Italia non può che passare per l'abolizione di questa tassa iniqua, odiosa e sbagliata. Un primo passo potrebbe essere, certamente, l'eliminazione dell'obbligo stesso di imposizione del tributo. Essa sarebbe fondamentale ed oltremodo salutare, perchè i comuni sarebbero spinti ad esercitare la «virtù» (se ce l'hanno), e i «pionieri», quelli che per primi decideranno di abolire l'Ici, vedrebbero coagularsi un consenso senza precedenti. Si ingegnerebbero a sopperire a quel 25% di risorse che viene dall'ICI sulle prime case e si innescherebbe un circolo virtuoso e, tutto sommato, politicamente conveniente per gli amministratori. Il cittadino sarebbe più libero, non solo dall'Ici, e l'economia di quel comune ne avrebbe sicuro ed immediato vantaggio. Perderemmo solo quella pletora di assessorati, convegni, iniziative logorroiche quanto cervellotiche e, magari, qualche consulenza per amici e parenti, ma i cittadini non ne sentirebbero affatto la mancanza.

! Rita Bettaglio
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