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Fantozzi è l'ideale della nuova sinistradi Stefano Magni - 7 aprile 2006 Lotta al precariato: questo è il nuovo slogan che piace alla sinistra italiana, sull'onda delle contestazioni parigine. La Francia sta tornando ad essere il faro della sinistra italiana, come lo era ai tempi del '68. Ma a cosa aspira il movimento? A conservare privilegi. Non è una battuta: lo dice la stessa leader informale del movimento francese, Julie Coudry: «La nostra ribellione non è per ottenere di più, ma per mantenere quello che abbiamo». Che nel Paese delle 35 ore vuol dire mantenere privilegi di pochi che lavorano ai danni di masse sempre più estese di disoccupati: un'impresa non può diventare un ente caritatevole e un imprenditore non può realizzare un utile ed essere, allo stesso tempo, costretto a pagare salari altissimi a impiegati che lavorano poco e che non può licenziare. Lo scarso realismo degli obiettivi dei manifestanti francesi, che Magazine, supplemento del Corriere della Sera, definisce «pragmatismo» (forse con ironia involontaria), è il frutto della mentalità diffusa da pensatori come Rifkin, Chomsky, Klein e altri alfieri dell'anti-capitalismo contemporaneo. Contrariamente ai marxisti della prima ora, che si battevano contro l'alienazione del lavoratore, i nuovi anti-capitalisti si battono contro la sua motivazione, protestano contro il coinvolgimento dell'impiegato nella missione della sua azienda. Il sogno della vecchia sinistra era quello dell'operaio che è anche produttore, artefice consapevole del suo prodotto. Nella nuova sinistra questo sogno diviene un incubo e per chi crede che fra datore di lavoro e impiegato ci sia, necessariamente, un rapporto di lotta, diventa colpevole quell'azienda che «indottrina» i suoi impiegati alla propria filosofia. La nuova sinistra vuole mantenere una distanza siderale tra il lavoro e la vita del lavoratore, perché «il padrone deve restare fuori dalla porta di casa». C'è anche da domandarsi se la nuova sinistra preferisca un lavoro alienante, purché occupi poche ore al giorno. La critica al «precariato» del lavoro a tempo determinato muove da queste premesse. Un lavoratore a tempo determinato può benissimo non considerarsi come un "precario", ma come una persona che sta facendo dei tentativi per entrare nel mondo del lavoro. Questo è il modo sano per affrontare la propria condizione di lavoratore a tempo determinato: un individuo libero che costruisce la propria carriera con una serie di tentativi ed errori, o che vuole tenersi libero per sperimentare esperienze diverse. Ma è proprio questa motivazione individuale (che implica spirito di iniziativa e indipendenza) che urta la sensibilità della nuova sinistra. La nuova sinistra preferisce il modello di lavoro degli anni '60 e '70, dove tutte le contrattazioni sono collettive e passano sopra le teste dei singoli, l'impiegato rimane dentro la stessa azienda per i trenta e passa anni attivi della sua vita, sa che non sarà mai licenziato, sa che dopo la settima ora di lavoro potrà occuparsi di quello che gli piace, sa che raggiunti i 30 anni di esperienza potrà percepire la sua pensione di Stato. Il fatto che il lavoratore sia motivato o meno, che gli piaccia o meno il suo lavoro, che lo faccia bene o perda tempo, che sia alienato o partecipe di quel che sta facendo, è un problema del tutto secondario per le anime belle che protestano a Parigi e che in Italia vogliono l'abolizione della legge Biagi: a loro basta percepire un salario lavorando il meno possibile. Vogliono quello che in Unione Sovietica e in tutti i regimi socialisti reali era considerata dagli stessi comunisti come una degenerazione della burocrazia. La nuova sinistra «giovane» ha paradossalmente come ideale un Fantozzi, legato inscindibilmente alla propria scrivania, alienato, sottomesso ai suoi capi. E circondato da disoccupati che lo odiano. Qualcuno se ne rende conto?
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Ragionpolitica, periodico on line n.155 del 3/4/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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