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numero 280
6 marzo 2008
 
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Hannah Arendt
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Hannah Arendt: stupore, iniziativa, libertà

di Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000

Hanna ArendtNei confronti dell'esistenza e della vita in generale, ogni persona, che ne sia cosciente o meno, pone delle domande e tenta delle risposte.

Da questo punto di vista ogni uomo può essere considerato filosofo. In tale contesto, ad Hannah Arendt non interessa, fondamentalmente, che la montagna partorisca un topolino oppure qualcosa di più grande, ma che essa non rimanga sterile.

Il discorso che Hannah Arendt propone attraverso i suoi scritti non è un'ontologia, bensì un tentativo di chiarire la realtà in cui si è chiamati ad esistere e, possibilmente, migliorare; realtà che include, come osserva Sante Maletta, l'"apertura a una trascendenza, intesa come orizzonte inesauribile di senso" (Cfr. Hannah Arendt, Che cos'è la filosofia dell'esistenza? Introduzione e cura di S. Maletta, Jaca Book, Milano, 1998). L'opera di Hannah sembra nascere e crescere, infatti, con lo scopo primario di operare ciò che Jaspers chiamerebbe una chiarificazione dell'esistenza.

L'approccio di Hannah Arendt comincia con una presa d'atto della realtà, così come essa si presenta.

Prima si vede, poi si conosce. L'accettazione iniziale della realtà, così come essa è, costituisce il primo passo verso una conoscenza del reale più profonda e circostanziata di quanto normalmente si possa pensare. Da questo punto di vista la "filosofia" assume la forma di percorso esistenziale; una forma della conoscenza in cui la libertà umana trova terreno fertile, ambito in cui pensiero e azione si sviluppano e si concretizzano a stretto contatto con la quotidianità che interessa la storia personale di ogni singolo essere umano. L'approccio filosofico, più che materia di studio oppure esercizio cerebrale fine a se stesso, diventa così un modo di esistere in modo propositivo, concreto, costruttivo; volto principalmente alla legittima espressione delle proprie potenzialità, all'estrinsecazione attiva e intelligente di ciò che ognuno porta in sé.

Ma cos'è che fondamentalmente può permettere questo? La risposta elementare nei confronti degli appelli della realtà è il thaumàzein di cui parlano Platone e Aristotele: la meraviglia nei confronti di ciò che è, lo stupore di natura metafisica che non si assimila ad uno stato psicologico o emotivo ma, come è già stato accennato in precedenti righe, assume tutta l'importanza di un elemento costitutivo della capacità di conoscere, pensare e vivere la propria vita, realizzando al meglio i compiti a cui ognuno è preposto. Dalle pagine del volume The Life of the Mind pubblicato postumo nel 1978 (trad. it. La vita della mente, Il Mulino, Bologna), lo stupore viene descritto come "un pathos, qualcosa da patirsi, non da agirsi; in Omero chi agisce è il dio, la cui apparizione gli uomini non possono che subire, dal quale non devono nascondersi.

In altre parole, ciò che muove lo stupore degli uomini è qualcosa di familiare, e tuttavia normalmente invisibile; qualcosa, inoltre, che gli uomini sono spinti ad ammirare. Lo stupore, che è il punto di partenza del pensare, non è né sconcerto, né sorpresa, né perplessità: è una stupore che ammira". Lo stupore coinvolge anche e soprattutto i sensi, permettendo loro di farsi "intelligenti": l'ammirazione del reale è un'esperienza di apertura, opposta a quella dell'uomo astrattamente isolato in se stesso, annichilito dai lacci del dubbio cronico e perciò negativo, ingabbiato dalla rigidità pressoché assoluta di schemi astratti e teoremi ritenuti infallibili una volta per tutte. Hannah fruisce perciò di un punto di partenza originale e alternativo rispetto alla maggioranza delle prospettive filosofiche del Novecento. Bene lo esprime P. Terenzi: "non si inizia con un paradosso, o con un assurdo, ma con una certezza carica di meraviglia, una certezza fondata sull'evidenza dell'esserci delle cose".

Colta da questa prospettiva la realtà risulta partecipata da una sorta di inesauribile "sempre-più", nei confronti del quale ogni pensiero volto a spiegazioni totalizzanti (e l'azione che da esso deriva) si rivela essenzialmente inadeguato. "Meravigliarsi" del mondo e delle cose, così come esso si presenta alla nostra capacità ricettiva, significa per Hannah ricevere la capacità di vedere nella giusta luce quel che ci compete e ciò che più abitualmente ci circonda: essere in grado di amare la concretezza più quotidiana, di aver maggiore intelligenza degli ambiti in cui giornalmente si opera.

La meraviglia, pertanto, è un evento che non si può prevedere in base a dati o accadimenti esterni; un qualcosa di extra-ordinario, imprevisto quanto atteso, che si inserisce nell'ordinario. Un evento particolarissimo che fornisce all'uomo, ad ogni uomo, la possibilità di un nuovo inizio: una sorta di carburante primario, la "marcia-in-più" che permette alla capacità di iniziativa umana di svilupparsi pienamente, secondo i talenti e le competenze di ognuno. Sulle note di questo fondamentale accordo, l'uomo si inserisce nel mondo con tutta la sua rinnovata capacità di iniziativa, con la possibilità di dare inizio a nuove cose. Tale inizio, prima di essere inizio di qualcosa, è l'inizio di qualcuno; un qualcuno che diventa a sua volta un iniziatore.

All'interno della prospettiva arendtiana, la singola persona è considerata nella peculiarità d'essere initium, e perciò inizio di ogni discorso e di ogni possibile percorso. Non a caso all'interno di The human condition del 1958 (trad. it. Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano) Hannah cita Agostino d'Ippona, che nelle pagine del De civitate Dei scrive "Initium ergo ut esset, creatus est homo, antem quem nullus fuit": perché vi fosse un inizio fu creato l'uomo, prima del quale non esisteva nessuno.

Se è vero ciò che afferma Agostino parlando dell'uomo in quanto initium di ogni discorso e di ogni percorso, allora è anche vero che l'uomo è intrinsecamente predisposto ad agire, a prendere l'iniziativa affinché la libertà che gli compete si concretizzi, avendo come traguardo e risultato il bene comune; libertà che, invece di essere intesa solo come arbitrio oppure "liberazione" dai bisogni, assume i tratti di un'istanza profondamente personale. Libertà di scelta fra bene e male, fra distruzione e edificazione, isolamento e comunicazione, progressismo e innovazione, nichilismo e pienezza.

Per dirla ancora con Hannah: "libertà come dono supremo, conferito, a quanto pare, solo all'uomo fra tutte le creature della terra: dono del quale possiamo trovar tracce e segni in quasi tutte le attività umane, e che peraltro si sviluppa appieno solo quando l'azione riesce a crearsi uno spazio nel mondo, dove la libertà può "apparire", uscendo dal proprio nascondiglio" (Cfr. Hannah Arendt, Tra passato e futuro, trad. it. Garzanti, Milano 1991).

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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