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X come pareggiodi Gabriele Cazzulini - 11 aprile 2006 Se le elezioni politiche fossero una partita di calcio inserita in schedina, il risultato definitivo del campo di calcio sarebbe una chiara «x»: pareggio. Ogni pronostico è stato smentito dalla realtà dei voti. Non è stato un balletto di maggioranze che si riducevano in minoranze, e di minoranze gonfiate in maggioranze. Sin dallo scrutinio delle prime schede il rapporto tra le due coalizioni si è collocato in netto equilibrio, con lievi vibrazioni altalenanti ora da una parte, ora dall'altra. Sembra strano, ma il vero terreno di scontro è stato fino all'ultimo il Senato, tipicamente in secondo piano nello scrutinio dei voti e nella rilevanza politica. Ad essere decisivi non sono stati i voti degli italiani, bensì quelli degli italiani all'estero, che hanno votato - inspiegabilmente - per l'Unione, cioè per quella coalizione che neanche prevedeva di concedere loro il voto. Sono casualità che distorcono il corso degli eventi, anche se alla fine questi scherzi del caso restano sepolti sotto il loro autentico significato politico, pari a zero o poco più. Questa anoressica maggioranza al Senato ammonterà a due senatori a cui vanno sommati gli eventuali voti dei sette senatori di diritto e a vita - di cui cinque possono vantare un pedigree adatto alla sinistra. Insomma: il Senato versione 2006-20xx (non si sa mai) sarà un'assemblea costretta a dipendere da questi arzilli ottuagenari dei senatori a vita, ammesso e non concesso che i senatori dell'Unione votino sempre compatti. Anche ammessa che quest'ipotesi irreale divenga, per sbaglio, una realtà, basterebbe lo starnuto di un senatore Ds per diffondere l'influenza ai suoi colleghi di partito, decimando la maggioranza dell'Unione. Che fare? Provvedere accuratamente alla salute dei senatori dell'Unione con tecniche di profilassi per ogni genere di malattia infettiva. In caso di epidemia influenzale il Senato sarebbe obbligato a non legiferare fintanto che non scade la degenza dei malati. Cose incredibili. Anche alla Camera la parola chiave per decifrare il voto è stato il bilanciamento delle coalizioni. Alla fine è risultato determinante uno scarto di circa 25000 voti a favore dell'Unione, sebbene mezzo milione di schede sembra siano state annullate. 49,8 per l'Unione e 49,7 per la Casa delle Libertà. Non contano le virgole con i decimali, ma le unità: l'Unione non ha una maggioranza, perché per maggioranza s'intende metà più uno e l'Unione non ha neppure una metà dei voti - né 25000 voti in più possono costituire una maggioranza in un Paese di sessanta milioni. Ma qui il panorama è più frastagliato e non privo di sorprese. Partendo da sinistra, il dato più eclatante è il flop della lista unitaria Ds-Dl: un risicato 31% è quasi meno della somma dei due partiti, ed è giustificabile con due "continuazioni". Primo: Ds e Dl continuano a perdere voti, deprimendo la loro somma. Secondo: la lista in sé continua a non attrarre voti al di fuori dei due partiti. Non dispone quindi di un'identità autonoma. In proiezione futura, questo è il certificato di morte del partito democratico e di qualunque (il centrodestra è pregato di fare attenzione) aspirazione "unitaria", ridotta ad un'effettiva velleità da filosofi politici. Rifondazione Comunista non arretra ma non riesce mai sfondare il tetto del 5 virgola qualcosa; invece i Comunisti Italiani devono accontentarsi di valere la metà dei loro cugini bertinottiani nonostante il loro chiasso elettorale. Altra delusione per Mastella, la cui uscita dalla politica che conta si era già presagita in campagna elettorale quando la tattica ricattatoria dell'Udeur non ha più trovato terreno fertile. Le vere sorprese sono quelle meno attese, come l'insospettabile Di Pietro che si vede raddoppiare i consensi, lasciandosi dietro Comunisti Italiani, Verdi e Udeur. Poi c'è un altro flop, più clamoroso di quello della lista unitaria: la Rosa nel Pugno non è sbocciata. Già si raffigurava a terza gamba dell'Unione, ma si riscopre una gamba di legno che non va oltre il due e mezzo per cento; è la somma dei Socialisti di Boselli e dei Radicali di Pannella. Niente di più. E' la sindrome delle unificazioni di partito che, nelle teste dei contabili impazziti, dovrebbe risultare in un incremento dei voti rispetto alla somma dei membri. Ma la matematica non è un'opinione. Sull'altro fronte invece le novità sono tante e la più grande è che il primo partito italiano è ancora Forza Italia. L'architrave che reggeva i sondaggi da catastrofe per la Cdl era proprio la certezza dell'ecatombe per Forza Italia. Fino al giorno prima Forza Italia è data in agonia, per poi risorgere il giorno dopo. L'Udc di Casini moltiplica per due il suo peso elettorale ma resta il terzo partito della coalizione, sei volte più piccola di FI e metà di An. mentre An tiene e la Lega ritocca all'in su le sue stime di crescita. Senza bisogno di spulciare ancora tra i numeri, il significato politico è chiaro: pareggio, cioè niente vittoria per l'Unione e niente sconfitta per la Cdl. E' senza dubbio un'elezione anomala, perché non ha prodotto né vincitori né vinti. Ma restano profonde differenze. Berlusconi è il leader indiscusso di un centrodestra che non ha rivali da opporgli, né il discorso della successione potrebbe interessare in tempi brevi: Berlusconi non è sconfitto, quindi non c'è bisogno di sostituirlo. Berlusconi non è risultato l'uomo più odiato dagli elettori, che gli hanno riconfermato il loro consenso. Hanno votato tutti, inclusi quei famosi indecisi che poi hanno deciso. Va tutto a merito di Berlusconi, che è riuscito a sfruttare fino in fondo ogni risorsa. Mentre Prodi ha fatto di tutto per sprecarle. Dei due leader è Prodi quello che si trova nelle peggiori condizioni perché privo di una decisa legittimazione elettorale. La vittoria del centrosinistra è allora una vittoria tecnica, una questione di meccanismi statistici, ottenuta grazie agli effetti perversi di quel sistema elettorale così ardentemente odiato da Prodi. La sua leadership resta evanescente perché priva di una fonte autonoma di potere, e quindi ancora dipendente dal sostegno dei partiti. Una coalizione senza maggioranza e un leader senza legittimazione: questa è l'Unione il giorno dopo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.156 del 11/4/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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