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Legge Biagi e Rosa nel Pugno: nel centrosinistra è guerradi Mario Secomandi - 20 aprile 2006 Anche in questi giorni si può ben notare come all'interno della gigantesca coalizione unionista regnino contraddizioni, dissapori, divergenze di vedute, disunità d'intenti. Insomma, vere e proprie guerriglie fratricide senza esclusione di colpi fra le eterogenee anime della sinistra. Stavolta è il caso della spaccatura sulla legge Biagi, per cui, a solo una settimana di distanza dalle dichiarazioni del leader della Cgil Epifani, improntate ad una completa e totale cancellazione della stessa («nessun taglia e cuci, bisogna mettersi ad un tavolo e riscrivere in maniera organica una nuova politica del lavoro»), v'è bell'e pronta la replica a muso duro del segretario radicale Capezzone, portatore di un idea economico-sociale completamente opposta a quella della sinistra radicale. «Se dopo aver commesso tanti errori sulle tasse, il centrosinistra inizia a commettere errori sulla legge Biagi andandola ad abolire, sarebbe una sciocchezza. C'è bisogno di più Biagi e meno Rizzo e Diliberto; e cerco di prevenire i guasti che una sinistra comunista, massimalista ed estrema causerebbe se imponesse una linea di cancellazione della legge Biagi», ha detto Capezzone, anche in risposta al leader dei Comunisti italiani che gli aveva dato del «guastatore». E, nel mentre il vicepresidente degli industriali Emma Marcegaglia ha ribadito una volta di più che «la legge Biagi non si tocca», il responsabile economico della Margherita, Enrico Letta, cerca invano di coprire con pannicelli caldi al fine (irraggiungibile) di dare un pizzico di sollievo alle contusioni e lacerazioni di questa sinistra così spaccata, proponendo una sorta di silenzio stampa su tematiche nevralgiche, poiché basterebbe il programmone (indistinto) dell'Unione: «Il programma di governo è scritto e parlare oggi di questi temi credo crei più problemi che altro. Meno si parla e meglio è». Bè, ci spiace e nutriamo sincera compassione per Letta, ma non ci si può esimere dal sottolineare il vero e proprio pericolo che settori come quello del mondo del lavoro vadano in mano ad un'armata brancaleone così contraddittoria al proprio interno. Nel frattempo, possiamo notare come il leader storico dei radicali, Marco Pannella, infuriato per il sonoro flop preso dalla Rosa nel pugno, in considerazione dei mancati seggi a Palazzo Madama («ci hanno fatto fuori al Senato, questo è regime»), si scaglia contro la stessa sinistra, che «si muove come un'oligarchia», affermando come «non un accenno nemmeno di rimbalzo sia stato fatto sulla nostra esclusione da una delle due camere. Io non ci sto». Non riuscendo a capacitarsi pienamente della debacle subita, l'eccentrico leader radicale ha fatto capire come egli stesso debba «trovare il modo di dimostrare di far qualcosa contro questa china disastrosa alla quale abbiamo deciso comunque di dare l'anima. Non esiste l'esclusione dal Parlamento compiuta in modo fraudolento». Parole che non fanno che dar la misura di come «alta» sia la «stima» in essere fra i vari capi del centrosinistra. Pannella poi non ha mancato di dare addosso alla costituenda area del prossimo venturo (?) partito democratico, vale a dire a Ds e Margherita, oltre che per la (cattiva) gestione degli ultimi mesi di campagna elettorale, anche per la mancata autocritica che doveva seguire al (nefasto) esito del voto: «Non ho sentito ancora dire ai Ds "abbiamo sbagliato qualcosa", nonostante in un quadrimestre ci siamo bevuti 12 punti. Noi siamo accorsi per prevenire una gestione di incapaci che avrebbe premesso a quello più capace [Berlusconi, ndr] di vincere ancora; noi siamo accorsi dai buoni a nulla per salvarli, ma oggi l'unica cosa che dicono è "abbiamo vinto"». Se a tutto ciò aggiungiamo le discrasie e discrepanze esistenti tra la sinistra estrema e massimalista e l'area radical-socialista della Rosa nel Pugno, che va propugnando il no allo smantellamento della legge Biagi, il no al giustizialismo alla Di Pietro (ed il contestuale «si» alla separazione delle carriere tra giudice terzo e pubblica accusa), per tacere delle dosi di maggior laicismo che si vorrebbe iniettare nella società italiana a livello etico, non si comprende proprio come possano esservi assunzioni di responsabilità e garanzie di governabilità da parte della coalizione che va accingendosi a voler assumere funzioni di governo del Paese.
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Ragionpolitica, periodico on line n.157 del 18/4/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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