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Bin Laden in difficoltà: l'Occidente può vinceredi Matteo Gualdi - 24 aprile 2006 A distanza di circa tre mesi torna a farsi sentire Osama Bin Laden e lo fa, ancora una volta, attraverso una registrazione mandata in onda da Al Jazeera. Ancora una volta la televisione araba si fa portavoce dell'ex leader del terrorismo mondiale. Ormai, infatti, il responsabile dell'attacco assassino alle torri gemelle, ha perso da tempo il suo ruolo di guida del mondo islamico radicale. Di fronte alle difficoltà in Iraq, dove nonostante la guerriglia dei terroristi, la situazione tende ogni giorno verso la normalizzazione; di fronte all'impossibilità di rivendicare successi, anzi costretto ormai in un angolo buio; di fronte ai successi oratori di altri leader islamisti, come il Presidente iraniano Ahmadinejad; al «povero» Bin Laden non resta che rilanciare. Ma lo fa in modo decisamente patetico. A gennaio aveva chiesto agli americani una tregua, ora di fronte non solo al rifiuto ma addirittura al fatto che tale «generosa» offerta non sia stata neppure presa in considerazione, lo sceicco del terrorismo prova a rimettere in moto la sua propaganda. Lo fa «inseguendo» gli altri leader nella difesa di Hamas. Ma arriva ultimo, visto che Teheran ha annunciato da diverso tempo il suo appoggio al movimento terroristico palestinese che ha da poco guadagnato la guida del governo, e Khamenei ha addirittura scelto di stanziare cinquanta milioni di dollari di aiuti al popolo palestinese, per far fronte ai blocchi occidentali. Fuori tempo massimo anche l'appello a boicottare i paesi che hanno pubblicato le vignette satiriche contro Maometto. Proprio questo ritardo nello scenario mediorientale ha portato lo sceicco del terrore ad inseguire un nuovo obiettivo: spostare l'attenzione sulla situazione mondiale, ed in particolare sulla crisi del Darfur. Torna alle origini, Bin Laden, visto che in Sudan ha risieduto per gran parte degli anni '90, prima di essere costretto a lasciare il paese. Ma anche questo tentativo, tradisce le sue reali intenzioni. E' evidente, infatti, che ormai l'islamismo sta diventando un conflitto prevalentemente interno. In Iraq, infatti, da tempo i numerosi attentati sono rivolti ad obiettivi civili e religiosi (moschee, mercati, ecc.) più che ad obiettivi militari stranieri, ed in Sudan la lotta è tra i ribelli (islamici) ed il governo (musulmano). Inoltre la chiamata alle armi per difendere il Paese africano porta a lottare non contro gli «imperialisti» americani, ma contro i contingenti umanitari dei caschi blu inviati dall'Onu, in sostituzione dell'esercito della UA, l'Unione Africana. Insomma un leader sempre più stanco e che non riesce più a giocare un ruolo di primo piano nello scenario del terrorismo internazionale. Ne è una prova anche il fatto che ormai la cattura dello sceicco sia messa sempre più in secondo piano tra gli obiettivi del governo americano. E' vero che, come ha rivelato un paio di giorni fa il The Washington Post, il Pentagono sta mettendo in atto una nuova strategia, che include l'impiego dei Berretti Verdi, ma ormai tale risultato viene visto più come una questione di prestigio, che non come un risultato che possa portare vantaggi concreti in termini operativi. Insomma, lo scenario è cambiato, e in esso non c'è più spazio per il movimento di Al Qaeda ed il suo vecchio leader. Ha giocato le sue carte, ha vinto un paio di mani, ma alla fine ha perso la partita. Altri ormai hanno preso il suo posto al tavolo. Il vecchio leone ruggisce, ma non fa più paura.
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Ragionpolitica, periodico on line n.157 del 18/4/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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