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Statalismo e psicologiadi Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000
Quel che ha fatto dello Stato un inferno sono i tentativi dell'uomo di farne un paradiso, direbbe il poeta tedesco Hölderin. Sotto questo profilo, si può tranquillamente affermare che il pensiero di Hayek è estremamente realista; lontano, per fortuna, da qualsivoglia forma di utopismo. Come abbiamo già accennato nei precedenti articoli, nei confronti del ruolo dello Stato, Hayek può essere considerato un "minimalista", un sostenitore dello Stato "essenziale". Egli sostiene infatti che lo Stato deve limitare la sua azione, laddove le persone sono in grado di fare e agire per conto proprio. Istituzioni monopolistiche, rigido e diretto controllo dello Stato sull'economia, azioni coercitive in ambito legislativo ed amministrativo e così via: una gestione illiberale opera scelte che risultano non compatibili con lo sviluppo di una società che sappia e voglia dirsi libera. Ma dobbiamo anche tener presente che all'interno di un sistema illiberale non sono solo la coercizione e la miseria "esteriori" ad occupare lo spazio della libertà e della prosperità. Nelle pagine de "La via della schiavitù", Hayek non potrebbe esprimersi più chiaramente: "il più importante cambiamento prodotto da un controllo estensivo dello Stato è di ordine psicologico: un'alterazione del carattere della gente". Hayek sa che la cosiddetta "qualità della vita" dev'essere perseguita e garantita non solo all'esterno, nelle strutture sociali e comunitarie, ma anche all'interno dell'individuo, di ogni singolo individuo. Al fine di illustrare la sua affermazione, Hayek cita a mo' di esempio i risultati di una ricerca sociologica tesa ad analizzare gli effetti provocati dalle norme legislative di guerra (che il governo laburista avrebbe poi reso permanenti), condotta in Inghilterra da L. J. Barnes. Non è inutile riportarne un passo, di per sé eloquente: "l'affermazione stando alla quale il giovane cittadino ha bisogno di più disciplina e di maggiori controlli è troppo banale. Non si va lontano dal vero affermando che egli già soffre di una dose eccessiva di controllo. ..E se guarda ai propri genitori e ai propri fratelli e sorelle più grandi, li vede vincolati a regole, come è vincolato egli stesso. Egli li vede così acclimatati a quello stato di cose, tanto da far raramente programmi o intraprendere con le proprie forze una qualsiasi nuova attività o impresa sociale. Così egli ha davanti a sé n tempo senza futuro, privo di quella solida capacità di assumersi responsabilità che può essere d'utilità a se stessi o agli altri". Con ciò Hayek dimostra anche di conoscere molto bene l'opera di A de Toqueville, il quale, mettendo in guardia nei confronti di un possibile "nuovo tipo di servitù", ci dice: "dopo aver preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo e averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio all'intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi e industriosi, della quale il governo è il pastore" (Alexis de Toqueville, "La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1982). È quindi interessante notare che uno dei punti basici su cui si sviluppa la critica di Hayek nei confronti di tutto ciò che si dimostra politicamente ed economicamente illiberale affonda le radici nel terreno delle scienze umane, e in particolare in quello della psicologia. Il problema non è solamente "tecnico", ma profondamente umanistico: la coercizione attuata da uno Stato onnipresente non solo incide negativamente sull'economia della società, ma tende a modificare la personalità, l'ambito caratteriale dell'individuo. Uno Stato onnipresente tende a togliere alle persone il "gusto" della libertà di iniziativa necessaria ad utilizzare al meglio le forze spontanee che si creano nella società. Una "indigestione" di statalismo, oltre a mortificare un mercato potenzialmente promettente e vitale, incide negativamente sulla forma mentis delle persone, soprattutto su quella dei giovani. Certamente, quella a cui Hayek si riferisce è una modificazione lenta, difficile da dimostrare "scientificamente", tuttavia, è pur vero che, come nota J. Chamberlain, ogni forma di liberticidio non colpisce solo la struttura esterna della realtà, ma incide negativamente sulla sorgente, inibendo la spinta creativa all'azione che ogni essere umano porta dentro di sé. Fabrizio Gualco |
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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