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numero 280
6 marzo 2008
 
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Unità anti

di Antonio Iannaccone - 26 aprile 2006

Bisogna dire un enorme «grazie» all'orgoglioso popolo che ieri ha sfilato in nome dell'antifascismo, per aver chiarito, in un'immagine perfetta, quello che oggi la festa del 25 aprile rappresenta davvero, nelle viscere e nel cuore degli italiani. Nessun ragionamento storico, filosofico, politico vale quanto uno sguardo, senza paraocchi e senza distorsioni ideologiche di alcun tipo, a quanto è successo ieri con l'ingresso di Letizia Moratti e di suo padre nel corteo antifascista milanese. L'unanime e continuata repulsione manifestata nei confronti del «corpo estraneo» non omologato mostra con evidenza quanto questo sentimento sia, paradossalmente, un elemento necessario alla celebrazione stessa e non un'invenzione di quattro scalmanati. Si può davvero deplorare chi, fisicamente, non ce la fa a sfilare a fianco di questo popolo (altro che «pochi scalmanati»: i pochi sono quelli che ne prendono le distanze) sempre urlante, sempre incancrenito, sbavante di una rabbia sempre nutrita contro qualcuno o qualcosa?

D'altronde il bisogno radicale di «essere contro» è la tentazione continua all'intelletto umano che l'ideologia comunista ha solleticato fin dagli albori della sua storia. Niente ha diviso l'umanità come il comunismo (in ricchi/poveri, sfruttati/sfruttatori) e niente come l'idea comunista - ancora viva e vegeta, come si vede - è ancora capace di sedurre la ragione umana a immolare tutta se stessa in un eterno recriminare contro l'«idolo negativo» creato ad hoc. Così, il ripudio all'imprenditrice borghese e al padre partigiano diventano il simbolo del pensiero del corteo, l'immagine plastica del significato stesso della manifestazione, che non è evidentemente più l'anti-fascismo, ma l'anti e basta. L'anti-libertà di pensiero e di educazione, l'anti-tradizione, insomma l'esclusione di qualunque elemento personale e sociale che non rientri nell'ordine intellettuale di cui il corteo è custode. Caro Ciampi e cari partigiani, potete davvero disprezzare un popolo che non se la sente di essere passato al setaccio come il ministro e il padre in carrozzella? Davvero si vuole continuare con questa commemorazione «a metà»?

L'unità a cui il 25 aprile ci richiama è, oramai, un'unità «anti» dove la parola «fascista» è lasciata lì come una variabile vuota che può essere riempita a seconda dell'occorrenza del momento: oggi dalla Moratti, ieri da Berlusconi, l'altro ieri da De Gasperi. Finita l'epoca dei «mali assoluti», la vera unificazione dell'Italia non può prescindere da una sua scelta in positivo, ovvero dalla sua scelta di libertà che avvenne il 18 aprile del 1948. Questa è la data senza la quale il 25 aprile resterà un simulacro vuoto, che attirerà sempre più ad essere riempito di odio.

! Antonio Iannaccone
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