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L'indegna provocazione di un ottuagenario deportatodi Francesco Natale - 27 aprile 2006 Abbiamo tutto da imparare dalla sinistra nostrana, in particolare da quella piazzista. Piazzista perché fa politica scendendo in piazza con approccio da derby a San Siro, piazzista perché abilissima a vendere sottocosto prodotti inutili, che nessuno vuol comprare, instillando nell'ignaro acquirente la impellente necessità di portarsi a casa qualche inutile catafalco mediatico, qualche brandello di "informazione" pseudo-complottista, qualche schema secondario più dannoso che utile. Del resto viviamo nella globalizzata società dei consumi: e perché mai gli ex e post compagni non dovrebbero adeguarsi? Non solo: seguendo il consolidato approccio dei neotecnocrati che tanto piacciono ai «vincitori» del 9 aprile (ma non erano nemici del popolo una volta? Boh...) i nuovi compagni mirano a costituire un sistema monopolista, elitario, impermeabile. Alla celebrazione commemorativa di una giornata come il 25 Aprile, che per prassi consolidata vanta la illegittima paternità comunista, si partecipa solo dopo essere stati cooptati da compagni di provata fede, altrimenti volano fischi, insulti o peggio. E a questa stringente logica corporativa non sfuggono neppure gli inoffensivi ottuagenari, in particolare se hanno avuto il cattivo gusto di farsi deportare a Dachau senza poi avere aderito al Partito «giusto», quello la cui tessera dura tutta la vita, quello il cui inossidabile vessillo sventola nell'aere di rosso proletario (o di rosso sangue...), in particolare se, per sventura, hanno una figlia Ministro della Repubblica e candidata sindaco a Milano. E' comprensibile: il monopolio antifascista non può tollerare provocazioni simili. Rischiano di sparigliare le carte sul tavolo da gioco. Tali spudorate provocazioni si propongono, nella lungimirante ottica postcomunista, come contro-offerte in grado di compromettere il cartello commerciale che sul merchandise della Liberazione ha costruito un piccolo ma consolidato impero. E difatti la divisione marketing dei «neovincitori» si è subito messa in moto: la sinistra di base ha appoggiato a mani basse i contestatori, ha sollevato dubbi sulla capacità di intendere e di volere del padre di Letizia Moratti, ha messo in dubbio (adorabili, davvero) il fatto che egli sia stato effettivamente deportato a Dachau. Qualcuno, a metà tra il serio e il faceto, ha pure avanzato l'ipotesi che a Dachau si stesse meglio che in altri campi di concentramento. Che posso dire? Mi compiaccio. E ancor più (tristemente) compiaciuto immagino sia il Professor Luca Ricolfi, che nel suo magistrale libro sulla sinistra antipatica ha così ben fotografato lo schematismo secondario come uno tra i principali difetti (eufemismo, in effetti) della sedicente sinistra. Business is business, and business is good, come dicono gli anglosassoni. E per consolidare la bontà del business non si può assolutamente permettere che qualche saltafossi mostri l'altra faccia della Resistenza. Quella della Resistenza Bianca, regolarmente snobbata e spedita nel trashcan della Storia, poiché di essa hanno fatto parte (e in gran numero) quanti non vedevano come naturale sviluppo della degnissima lotta partigiana la rivoluzione proletaria. Di essa, soprattutto, hanno fatto parte soggetti ai quali poco o punto è interessato costruire il feticismo e la mitografia resistenziale, poco o punto ha importato ritagliarsi posizioni di potere e influenza conseguenti al proprio indiscutibile eroismo (eroismo senz'altro diverso da quello degli «eroi» della guerra civile del 1946). Composta, in definitiva, da soggetti che un'azienda corporativa che si rispetti considera come improduttivi, e quindi destinati al mobbing prima, al licenziamento in tronco poi.
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Ragionpolitica, periodico on line n.159 del 2/5/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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