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Il ritorno della retorica classista

di Stefano Doroni - 2 maggio 2006

La nuova stagione dell'Italia è stata inaugurata ufficialmente dal discorso di insediamento di Bertinotti come presidente della Camera. Bertinotti ha dedicato la sua elezione ai «lavoratori» e ha sottolineato l'importanza del fatto che questa elezione sia caduta fra il 25 aprile e il 1 maggio, per ciò che queste feste rappresentano. Al sindacalista più snob che si sia mai visto non difetta la sincerità: ha in sostanza ammesso che dello spessore istituzionale della sua carica poco gli importa, e che perciò sarà il presidente di una parte della Camera, deciso a rispondere solo a una parte di italiani, in barba ad ogni senso dello Stato, cioè a quella qualità che la sinistra moralista e piagnona rimprovera al suo incubo Berlusconi. E d'altra parte Bertinotti ha ribadito il valore ideologico che in Italia possiedono la festa della Liberazione e quella del lavoro.

Anche quest'anno il 25 aprile ha visto esplodere tutta la violenza e l'intolleranza di cui è capace l'universo comunista italico. Dall'infame contestazione a Letizia Moratti, che accompagnava in piazza il vecchio padre decorato nell'ultimo conflitto mondiale, all'incendio di bandiere israeliane. L'antisemitismo, che fu piaga terribile della guerra nazista, ritorna oggi, con la ben nota brutalità, a sinistra, nella sinistra dei no global e dei centri sociali, in quella sinistra che sta nell'album di famiglia di Bertinotti e di Diliberto e manda in Parlamento uno come Caruso (se non altro assicurandogli l'immunità per i 23 procedimenti penali a suo carico). Per la sinistra il 25 aprile è un giorno di rancore, occasione di riscoperta e rinnovo di odio ideologico, un giorno in cui si ricorda l'esistenza di italiani di seria A - quelli che stanno a sinistra - e gente di serie B - tutti gli altri - in barba ad ogni forma di distensione e superamento dei contrasti che hanno avvelenato il nostro recente passato.

Il 1 maggio ha visto le solite manifestazioni sparse per l'Italia dove sventolavano esclusivamente bandiere rosse. Bertinotti e anche la triplice sindacale - Cgil in testa - gonfiano il petto e si apprestano a mettersi nei panni di braccio operativo del governo rosso. Ma ciò che più di ogni altra cosa deve far riflettere è senza dubbio l'affermazione del candidato sindaco del centrosinistra a Milano, l'ex prefetto Ferrante, il quale, alla notizia che Letizia Moratti sarebbe stata presente alla manifestazione milanese del 1 maggio, ha detto di non gradirla affatto perché - appartenendo alla classe dei «padroni» - non dovrebbe «sfilare con i lavoratori». Parole che, pronunciate oggigiorno da uno che fu prefetto e che ora è candidato sindaco, fanno semplicemente rabbrividire. Ecco, signori, l'anima vera della sinistra che vuole governare il Paese: nocciolo comunista intollerante e arrogante a malapena dissimulato dai sorrisini inutilmente accomodanti di Prodi.

In mezzo a due feste di classe, di esclusivo valore ideologico e non nazionale, nasce una legislatura che emana già un inquietante odore illiberale e anti-democratico. Dissimularlo dietro le risatine e le mezze frasette di Prodi è operazione inutile: le contraddizioni e i guai all'interno dell'Unione sono l'unica speranza per l'Italia, se dovessero provocare un salutare crollo di una maggioranza che, nel momento stesso in cui ha vinto le elezioni (e anche questo sarebbe da vedere ma lasciamo perdere) ha esaurito la sua missione. L'Unione infatti è nata mettendo insieme una famiglia improbabile, come scusa elettorale per battere Berlusconi: ma non è progettata per governare, questo è impossibile. Lo impediscono le sue divisioni interne e l'assoluta incompatibilità dei comunisti con il mondo attuale: viviamo una fase storica nella quale il comunismo è superato e ridotto ormai a inutile relitto, come un dente irrimediabilmente cariato.

Eppure in Italia assistiamo ad un ritorno in grande stile della retorica comunista, tra commemorazioni ideologiche e vaneggiamenti classisti. Che strano Paese: arranca nella modernità con una zavorra storica che ne impedisce il cammino. Non resta che far passare il tempo e lasciarli governare, finché non inciamperanno da soli nelle loro contraddizioni. Allora dovremo rimandarli a casa. Per Bertinotti non sarà un dramma: si rifugierà nella sua «dacia» nella campagna umbra. A proposito lavoratori: avete visto che villa il compagno che vi protegge e vi rappresenta? Degna del peggior capitalista. Meditate gente, meditate.

! Stefano Doroni
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Ragionpolitica, periodico on line n.159 del 2/5/2006
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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