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Conoscere la riforma costituzionale per votare sì al prossimo referendumdi Mario Secomandi - 3 maggio 2006 Il 25 e 26 del prossimo giugno gli italiani saranno chiamati ad esprimere, nel segreto dell'urna, una opzione che va a ben coincidere con una vera e propria scelta di campo. Avranno facoltà di promuovere o di bocciare la riforma della Costituzione posta in essere durante la scorsa legislatura. Il 16 novembre del 2005 il Senato della Repubblica ha definitivamente approvato il disegno di legge di riforma della parte II della Carta costituzionale (55 articoli modificati). Ciò ha costituito, peraltro, una messa in pratica del programma con il quale la coalizione di centrodestra si era presentata alle elezioni nel 2001. Fra i tanti obiettivi da conseguire da parte del governo Berlusconi v'erano, per l'appunto, quello dell'ammodernamento e rinnovamento dell'architettura dello Stato e quello della riforma delle istituzioni costituzionali rappresentative, di governo e di garanzia costituzionale. Si è trattato, in buona sostanza, di assolvere alla ratio di avvicinare lo Stato al cittadino, rendere le istituzioni più snelle ed efficienti, diminuire gli sprechi ed assicurare al nostro Paese il combinato disposto di governabilità e rappresentatività. Vediamo ora i punti cardine di siffatta riforma organica, la quale, lo rammentiamo, entrerà in vigore in tre tappe entro il 2016 e comincerà a trovare applicazione subito dopo il prossimo referendum. Per ciò che concerne il Parlamento, è da segnalare la riduzione del numero dei parlamentari (i deputati da 630 a 518, ed i senatori da 330 a 252), la fine del bicameralismo perfetto (con contestuale creazione del Senato federale avente competenze specifiche) e la razionalizzazione e velocizzazione della procedura per fare le leggi. Il fatto che ora venga distinto il ruolo nazionale della Camera, che dà la fiducia al governo, ed il ruolo federale del Senato, funge da volano ad uno sblocco dell'azione governativa, ponendo fine alla duplicazione del passaggio di ogni disegno o proposta di legge. La Camera ha pieni poteri legislativi, vota la fiducia al Governo e si occupa dei problemi dello Stato; ed il Senato, per parte sua, viene eletto in ciascuna regione contestualmente all'elezione dei rispettivi Consigli regionali. In più, esso si occupa delle Regioni e del territorio, avendo ora competenze specifiche in materia d'ordinamento regionale e locale. Tutto ciò con il fine di perseguire gli obiettivi di risparmio di tempi e di denaro pubblico. Passando all'analisi del Governo, con tale riforma, il premierato è stato fortificato, dando il diritto agli elettori di scegliere, contestualmente, il Primo ministro, il programma e la coalizione di governo. Il Primo ministro non è più un mero primus inter pares, in quanto ha ora un effettivo ruolo di guida del Governo ed il potere di nomina e revoca dei Ministri, nonché quello di proporre al Presidente della Repubblica le elezioni anticipate (scioglimento delle Camere). Un simile rafforzamento dei poteri del Capo del Governo va dunque a braccetto con l'intensificarsi della legittimazione popolare dello stesso e del consolidarsi della logica bipolare, dal momento che il Primo ministro non è che la persona indicata dal partito o dalla compagine uscita vittoriosa alle urne (legame tra Primo ministro, maggioranza, programma di governo e volontà popolare). Questo, unitamente all'introduzione di norme antiribaltone, mira ad un accrescimento della decisionalità e della governabilità dell'Esecutivo, e ad una riduzione della partitocrazia e del trasformismo. Per far fronte ai poteri del Premier, è da sottolineare il meccanismo della sfiducia costruttiva (per cui, in seno alla stessa maggioranza può indicarsi un nuovo Primo ministro ed evitare lo scioglimento delle Camere). Tale necessità è già stata, in precedenza, oggetto di estenuanti dibattiti e tentativi - mal riusciti - di progetti di riforma (Commissioni bicamerali Bozzi, De Mita-Iotti e D'Alema). I governi, prima di quello Berlusconi, duravano in media una decina di mesi. In merito agli organi di garanzia istituzional-costituzionale, si evidenzia il permanere del Presidente della Repubblica in qualità di garante della Nazione e dell'unità federale della Repubblica. Il Capo dello Stato assume così nuovi e delicati compiti istituzionali, essendo a lui preposte le nomine dei senatori a vita, dei presidenti delle Autorità indipendenti, del presidente del Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro e del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura. Si tratta, per l'appunto, del potere di nomina di vertici di autorità che hanno non poca incidenza nella vita giudiziaria, economica e sociale del Paese. Il Presidente della Repubblica, inoltre, vigila sempre sul rispetto delle regole scritte nella Costituzione. Da ultimo, sempre con riguardo alla ricomposizione degli organi di garanzia, si segnala come vi sia un nuovo meccanismo di elezione della Corte Costituzionale, per cui salgono da 5 a 7 i membri nominati dal Parlamento. E, per i tre anni successivi alla scadenza dell'incarico, i giudici costituzionali non potranno far parte del governo e del Parlamento, né ricoprire incarichi di nomina governativa. Tassello fondamentale della riforma costituzionale targata Casa delle Libertà è la Devolution, voluta al fine di ridurre la distanza fra lo Stato ed il cittadino, sulla scia del principio di sussidiarietà, per mezzo dell'affidamento alle Regioni di potestà legislative in materia sanitaria, di organizzazione scolastica, di polizia amministrativa e di ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato. Le Regioni, in buona sostanza, possono fare le leggi in una serie ben precisa di materie, per realizzare meglio gli interessi dei cittadini legati al territorio ma sempre nel rispetto dell'interesse nazionale, garanzia formale e sostanziale dell'unità del Paese. Il federalismo è caratteristica degli stati più avanzati e moderni, poiché è risaputo come una più compiuta democraticità cammini insieme ad una maggiore autonomia di governo locale, in quanto più concreta andrà ad essere la possibilità da parte dei cittadini di controllare cosa fanno e come si comportano coloro che hanno eletto e li amministrano. La riforma in senso federale dello Stato passa allora attraverso la combinazione virtuosa dei principi di unità ed indivisibilità della Nazione, libertà dei cittadini, efficienza degli apparati istituzional-amministrativi, responsabilità e trasparenza dei governanti, solidarietà interregionale e federalismo fiscale, per tacere della succitata sussidiarietà. La necessarietà di una simile riforma è tanto più palese in quanto si è trattato altresì di porre un argine alle storture e pasticci derivati dalla riforma del titolo V approvata dalla sinistra nella legislatura 1996-2001 con soli 4 voti di scarto, in base alla quale vi sono stati negli ultimi anni centinaia di ricorsi alla Corte Costituzionale in seguito al caos delle competenze tra gli organi centrali e quelli locali, cagionando la paralisi in molti settori dell'attività delle Regioni come pure dello Stato centrale, nonché un vertiginoso aumento delle spese e costi per le casse statali. Inoltre, la Casa delle Libertà ha reintrodotto il basilare principio dell'«interesse nazionale», cancellato spudoratamente dalla sinistra, per cui ora: c'è un ventaglio di materie nevralgiche tornate ad essere di pertinenza dello Stato; si sono riequilibrati i poteri fra centro e periferia, per mezzo della clausola di supremazia, quella di essenzialità e la norma sull'interesse nazionale, così da evitare le sperequazioni fra le varie regioni, e garantire l'effettiva unità della Nazione. In conclusione, bisogna votare sì al prossimo referendum per confermare la svolta che il governo Berlusconi ha impresso quanto a modernizzazione, efficienza e democratizzazione dello Stato e, ad un tempo, per far crollare tutto il castello di sabbia di menzogne che la sinistra sta già diffondendo ad arte, anche con l'ausilio dei suoi innumerevoli uomini insediati in organismi collaterali e gangli statali e sociali (università, scuole, sindacati ecc). Sarebbe bello ed interessante il poter evitare un simile scontro referendario che provocherebbe lacerazioni e divisioni nel Paese, magari trovando un'intesa di massima e bipartisan sulle riforme costituzionali. E' necessario allora votare sì: per avere garanzia di governabilità, rappresentatività, trasparenza e responsabilità da parte di chi ci governa; per rendere il nostro Paese al passo con i tempi, vale a dire a camminare a testa alta nel nuovo contesto della globalizzazione e dell'integrazione europea e comunitaria; per rendere lo Stato davvero funzionale e strumento alle esigenze del cittadino, e non viceversa. Occorre votare sì contro una sinistra che pretende di far tornare indietro le lancette dell'orologio della storia. Una sinistra pronta a bocciare tutte le proposte e riforme provenienti da quello che considera non un interlocutore od un legittimo avversario politico, ma un nemico da abbattere. Una sinistra pronta poi, una volta al governo, a voler introdurre con ipocrisia da sé e da sola - per poi infangarsi e toppare nell'intento - le riforme per l'autonomia locale ed il rafforzamento dei poteri del Premier.
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Ragionpolitica, periodico on line n.160 del 8/5/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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