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numero 280
6 marzo 2008
 
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Un'altra Europa. Quale?

di Stefano Magni - 5 maggio 2006

Il Forum Sociale europeo che si è riunito ad Atene a partire da ieri è costituito da una babele di movimenti diversi, provenienti da Paesi diversi, ma soprattutto da ideologie molto eterogenee, che vanno dall'ecologismo radicale al vecchio comunismo mai riformato. Tutti sono convinti che si debba rigettare il progetto di Costituzione europea, così come sta emergendo da Nizza in poi. Tuttavia non c'è un accordo sulla costituzione alternativa da dare al Vecchio Continente. Non solo perché, come si è detto prima, la sinistra antagonista ha mille volti e altrettante idee diverse, ma perché la sinistra contemporanea risulta culturalmente incapace di dare un'alternativa al libero mercato. Affermazione esagerata? No: basta pensare alla contraddizione che c'è nel volere, allo stesso tempo, il superamento dello Stato nazionale e la proibizione delle liberalizzazioni.

La sinistra no global è chiaramente internazionalista. Lo stesso movimento ha sempre avuto un'organizzazione trans-nazionale. Per sua stessa natura, non può esistere una sinistra alternativa dichiaratamente nazionalista. Però, volendo proibire la liberalizzazione dei servizi, la libertà di investire all'estero e la libera circolazione dei capitali, i no-global non fanno altro che ripetere le vecchie politiche nazionali protezioniste. Cosa rimane degli ideali internazionalisti se impedisci a un idraulico polacco (giusto per riprendere il vecchio stereotipo) di andare a cercare lavoro in Francia a condizioni migliori? Quel che i no-global vogliono impedire, però, non è tanto la libera circolazione, quanto lo «sfruttamento». Pagare un operaio in base ad un accordo tra imprenditore e lavoratore non è sfruttamento: non si tratta di far lavorare uno schiavo, ma di rispettare un accordo fra persone libere e adulte. È normale che sia più basso il salario di un immigrato di prima generazione, nonché lavoratore non specializzato: si tratta pur sempre di condizioni che il lavoratore appena emigrato accetta perché sono già migliori rispetto alla prospettiva di restare disoccupato o di lavorare in condizioni ancora peggiori. Anche questo fa parte delle scelte individuali, ma i no global non lo riconoscono, e vorrebbero estendere le regole sindacali del welfare state europeo occidentale su scala continentale, liberare la spesa pubblica, aiutare a fondo perduto i paesi appena entrati nella comunità. In parole povere: potenziare le funzioni di uno Stato centrale europeo. Ma anche questa soluzione entra in contraddizione con un altro loro principio fondamentale: l'autodeterminazione dei popoli.

Come si fa a concepire uno Stato sovranazionale che pianifica il lavoro, fissa i salari, fissa le regole, scrive i contratti collettivi, impone le tasse e determina le aliquote in modo che vada bene a tutti, dall'idraulico polacco allo spazzino portoghese, passando per la casalinga austriaca? Non c'è alcuna risposta concreta. Un no global risponderebbe «con la democrazia delle istituzioni europee». Bell'autodeterminazione dei popoli! I partiti e i popoli che costituiscono la maggioranza (o più influenti) imporrebbero la loro volontà a tutti gli altri, in qualsiasi campo della vita dei cittadini, a partire dal loro lavoro.

! Stefano Magni
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Ragionpolitica, periodico on line n.160 del 8/5/2006
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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