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Chi ride di Nassirya

di Stefano Doroni - 5 maggio 2006

Una familiare delle vittime dell'ultima strage di Nassirya scrive un fax alla segreteria di Alfonso Pecoraro Scanio e non usa mezzi termini: «Ma non riesce a provare un po' di vergogna? Lei mi fa pena e schifo». Ci pare impossibile non sottoscrivere queste frasi. La fotografia pubblicata da Libero ritrae il leader dei Verdi che se la ride con il presidente della Regione Emilia Romagna, Vasco Errani, mentre intorno a loro, nella chiesa romana di S. Maria degli Angeli, il dolore è insopportabile: piangono distrutti i familiari delle vittime, piange la gente comune che è lì a salutare i suoi eroici concittadini. Pecoraro ed Errani invece sono lì perché il dovere politico impone loro la presenza e l'abito scuro, piuttosto che una manifestazione pacifista. Lontano dalle chiese, nelle piazze, i pacfinti gridano ancora «10, 100, 1000 Nassirya». Siamo già a due, di Nassirya. Per arrivare a 1000 ce ne vuole, ma siamo sulla buona strada, magari Caruso ringrazia e tiene il conto. E il povero Pecoraro, confinato in quella chiesa che gli sta stretta, a un certo punto non ne può più e punteggia il pianto che gli esplode intorno con una risata liberatoria.

Non c'è altro significato da rincorrere; restano solo la pena e lo schifo di quella donna che non riesce a trattenersi dallo scrivere al ridanciano Pecoraro Scanio: il suo dolore è stato indegnamente calpestato da chi è indegno non solo di rappresentare gli italiani, ma proprio di essere considerato parte del mondo civile. La civiltà e l'onore sono invece dei militari italiani che stanno lì a ricostruire un Paese, a cercare di ridare fiducia a gente straziata, di rendere il sorriso a bambini che ti vengono a baciare le scarpe se gli metti in mano una bottiglietta d'acqua. «Mio padre non avrebbe mai lasciato quei bambini, sarebbe stato un atto di vigliaccheria», dice il figlio diciottenne del brigadiere Domenico Intravaia, la cui maturità Scanio dovrebbe invidiare; «andarsene di fretta vorrebbe dire distruggere il lavoro di mio padre e degli altri». E invece i sodali di Scanio vorrebbero proprio la fuga dall'Iraq, lasciando così spazio libero ai terroristi.

Del resto la risata di Pecoraro Scanio è ideologicamente coerente: è una risata, anzi uno sghignazzo, da pacifista, anzi da pacifinto. Perché, come dice ancora quel ragazzo la cui dignità sommerge le bandiere arcobaleno, «la pace si fa in prima linea, come facevano mio padre e i suoi colleghi». Ma in prima linea i pacifisti non ci vanno, è troppo pericoloso, ci vuole troppo coraggio, troppa volontà. E le anime belle non hanno né l'uno né l'altra. È molto più comodo pontificare e sbraitare qui a casa, dove mamma ti fa i cannelloni quando torni dalla manifestazione, e poi magari vai in giro con la macchina che ti ha comprato papà e ti fai, alla sera, una bella canna: il riposo del giusto, lo sballo moderato del buon giovane rivoluzionario che vuole un «altro mondo possibile».

La sinistra comunista (rossa o verde, da noi, fa lo stesso) è questa qui: quella che, se muore un carabiniere, c'è un fascista di meno; ma se torci un capello a un bravo ragazzo che incendia bandiere americane o sfascia negozi «capitalisti» giù le mani. Questa gente qui rischia ora di governare; e il prossimo funerale di Stato lo faranno a Vauro, che sputava con le sue infami vignette sui nostri prigionieri in Iraq e sul povero Quattrocchi, altro eroe italiano fatto fuori come un cane dai buoni figli di Allah. L'insensibilità assoluta di gente della risma di Pecoraro Scanio dovrebbe spaventare gli italiani: perché denuncia i danni di un regime che macina le persone in onore di un progetto ideologico di distruzione di un intero impianto civile, culturale e spirituale.

E intanto a quei morti chi ci pensa? Forse quelle persone che piangevano ai loro funerali, sconosciuti, uomini qualunque. La lista dei martiti si allunga, giù in Iraq. E martire vuol dire testimone: testimoni di una volontà di pace concreta e autentica, tanto lontana dal vaniloquio e dalla miseria morale del pacifismo ideologico degli sventolatori dell'arcobaleno; testimoni ormai muti ma solenni di un coraggio così lontano dalla vile arroganza di chi oppone alle lacrime commosse la sua irriverente blasfema linguaccia sghignazzante.

! Stefano Doroni
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