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Il Sessantotto: laboratorio nichilistadi Marco Massignan - 8 maggio 2006 «Quando il cielo si vuota di Dio, la terra si popola di idoli». Questa frase di Karl Barth ben compendia lo spirito del Sessantotto: una stagione di vera e propria ubriacatura «controculturale» - le cui larve psichiche proliferano ancora oggi, attaccando tutti gli àmbiti sani della società (di più: esse sono diventate una componente essenziale della neoborghesia «illuminata» e parassita che vota a sinistra) - pullulante di fantasmi, «idoli» e cattivi maestri, che ha aperto definitivamente le porte non tanto al secolarismo di massa, ma ad una diffusa creduloneria ed alla rinascita di ogni genere di superstizioni e settarismi. Non è un caso che il razionalismo e il naturalismo sbandierato da tanti movimenti anticristiani di questi ultimi due secoli celasse, dietro la facciata del «culto della Ragione», il ritorno all'irrazionale, all'occulto, ai miti neopagani ed ambientalisti e, talvolta, perfino l'adorazione satanica. Non ha tutti i torti, quindi, il pensatore colombiano Nicolas Gomez Davila quando scrive che gli storici futuri dovranno maneggiare certi avvenimenti del passato mettendosi i guanti, a causa del «pantano di sperma e di merda» che ci hanno lasciato in eredità. Ebbe a dire l'allora Cardinale Ratzinger, in un colloquio con Vittorio Messori: «Chi guardi ai baratri della nostra èra, vi vede all'opera potenze oscure che si adoperano per disgregare i rapporti tra gli uomini. La cultura atea dell'Occidente moderno vive ancora grazie alla libertà dai demoni portata dal cristianesimo. Ma se questa luce dovesse spegnersi, il mondo ricadrebbe nel terrore e nella disperazione. Ci sono già segnali di questo ritorno di forze oscure». (Ciò non deve sorprendere, quantomeno il cattolico che, da sempre, ha elaborato una sua «teologia della storia», una metastoria che agisce dietro la storia e la politica). Insomma: il Sessantotto come teatro di una controascesi, di una teologia infernale, di una mistica rivoluzionaria e sovversiva alla «De Sade», dove l'uomo non si eleva ma sprofonda nel peccato cercando di trarvi l'impossibile redenzione di un Faust, per divenire al contrario schiavo del «principe della menzogna», in un tourbillon d'istinti autodistruttivi. È la «cultura della morte» tante volte denunciata da Giovanni Paolo II: una condizione patologica che svelle alla radice ogni possibilità di scoprire la realtà e partecipare alla verità divina (tale è la discesa del Logos sulla terra), che crea regimi sociali «irreali» a propria immagine e somiglianza: fondati sul possesso e sull'acquisizione smodata e vorace di beni, sull'affermazione di una libertà che scade in licenza, di una uguaglianza che imprigiona e di una fratellanza che fa la parodia di legami naturali e spirituali ben più seri. Non possiamo non scorgervi la perenne cifra della gnosi. Sullo sfondo, dunque, l'opposizione per diametrum di due modi di vita inconciliabili: quello cristiano, che è contemplativo, per cui l'uomo mediante l'intelletto e la volontà cerca di conoscere ed amare Dio; e quello gnostico, che è soprattutto magico, pratico e tecnico. Il Sessantotto (come l'Illuminismo) è profondamente pelagiano: nega il peccato originale, crede che l'uomo possa salvarsi da sé, pone gli «appetiti» (il godimento soggettivo) alla base del vivere civile. L'uomo odierno è così: schiavo e «meccanico», soltanto intento ad agire, a fare, ad affannarsi per produrre, e del tutto incapace di contemplare con amore l'Atto Puro, che dovrebbe avere il primato nella gerarchia dei valori della vita di una persona. A viste umane, non sappiamo se questa descensus ad Inferos - storicamente - possa ancora arrestarsi: rimane pertanto insuperato il giudizio formulato da Benedetto XVI nel suo libro Guardare Cristo (Milano, 1990): «Non molto tempo fa un'espressione come "mestizia di questo mondo" appariva oscura, anzi irreale, ché sembrava che i figli di questo mondo fossero molto più allegri dei credenti. Oggi che le promesse della libertà illimitata sono state guastate completamente, incominciamo a comprendere di nuovo l'espressione mestizia di questo mondo». Come scrisse con il consueto buon senso e realismo cristiano Chesterton: «Oggi l'inganno dell'euforia è tutto esteriore, mentre nell'anima domina la disperazione e il vuoto. La vecchia vita umana, invece, dalle cinta rocciose ed aspre, danzava al suo interno come i fanciulli e beveva il vino come gli adulti. Il cristianesimo è la sola cornice possibile per la libertà pagana».
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Ragionpolitica, periodico on line n.160 del 8/5/2006 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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