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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'Unione sovietica

di Stefano Doroni - 11 maggio 2006

Le domande di Bruno Vespa a volte ti mettono con le spalle al muro: e ti devi esporre, nel rispondere, devi gettare la maschera. Tre sere fa, a Porta a porta, si parlava dell'eventualità, poi realizzata nei fatti, di un postcomunista per la prima volta al Quirinale, appunto Giorgio Napolitano. Il conduttore chiedeva a Franco Giordano, neo segretario di rifondazione comunista e sodale fidato dei movimenti no global, se fossero cadute le pregiudiziali ideologiche e se quindi anche uno come Gianfranco Fini, per esempio, potesse in futuro aspirare al Colle presidenziale. Ma il Giordano rispondeva pronto che la pregiudiziale «antifascista» è ancora elemento portante della nostra Repubblica. Bene, prendiamone atto: come al solito, due pesi e due misure. Da sinistra si sgolano per imporci l'idea che il comunismo non esiste più e che parlare di anticomunismo è roba vecchia e inservibile (ma allora ci spieghino chi sono Bertinotti e Diliberto, forse due dame di carità?), ma il fascismo esiste sempre. Ma intanto la destra di Fini ha smantellato gli orpelli scenici e ideologici del passato, mentre le manifestazioni di piazza delle anime belle pacifiste e le adunanze sindacali (soprattutto della CGIL) sono piene di pugni chiusi e bandiere rosse con la falce e il martello.

Solo ai compagni è permesso conservare una falsa verginità politica e morale, sopravvivendo grazie allo scempio della verità storica a sostegno di menzogne ideologiche. Ancora una volta, tutto il bene sta a sinistra e tutto il male dall'altra parte: e chi non accetta le graziose e generose proposte dell'Unione, santa per diritto acquisito, anche in tema di presidenti della Repubblica da eleggere, è solo un grezzo fascista, per giunta ignorante. Il senso dei discorsi di Franco Giordano era questo, simile, del resto, alle espressioni di molti altri esponenti della falange prodiana.

Ora ce l'hanno fatta. Giorgio Napolitano è l'11° Presidente della Repubblica. Molto probabilmente, con tutto il rispetto per l'uomo, non potrà essere il mio e nemmeno quello di molti altri, forse di metà degli italiani. Ma non per una pregiudiziale razzistica su base ideologica, che si addice ai rossi dell'Unione e non a spiriti liberali: piuttosto per una specie di legame genetico di parte. Di fronte alle immancabili crisi, agli scivoloni dell'Unione sul terreno insaponato delle sue spaccature interne, saprà mantenere quell'equilibrio che potrebbe portarlo fino all'inevitabile scioglimento delle Camere oppure tenderà il braccio misericordioso ai compagni in ipossia come Sir Arthur Conan Doyle, giudice di gara alle Olimpiadi di Londra del 1908, allo sfinito Dorando Petri negli ultimi passi della maratona? Certo non scenderà all'indecoroso livello di Oscar Luigi Scalfaro, ma ai cambi di premier in stile vetero-sovietico la sinistra ci ha già abituati, nei suoi anni di governo.

In effetti, ormai, possiamo considerare la coalizione prodesca una vera e propria «Unione sovietica». Il metodo, a mala pena mascherato con una mezza tinta democratica, è totalitario nella sostanza. Con Napolitano alla presidenza della Repubblica, Prodi si assicura una facciata super partes e una probabile spalla su cui appoggiarsi quando il terreno mancherà sotto i piedi; ancora meglio che con D'Alema al Quirinale, visto che il lìder maximo appariva troppo compromesso e schierato politicamente, a cominciare dai baffi staliniani. Inoltre, hanno piazzato un comunista puro alla Presidenza della Camera (cioè quel Bertinotti che stando ai sinistri per cui il comunismo non c'è più dovrebbe essere un ectoplasma) e un democristiano che strizza l'occhio ai rossi a quella del Senato. Hanno in mano la maggior parte delle Regioni e moltissimi Comuni. Certo, sono gli italiani che gli hanno consegnato il territorio su piatti d'argento ma loro - prontamente - si affrettano a blindare il Paese tenendosi in tasca le chiavi. Il totalitarismo è qui, sotto gli occhi di tutti.

I comunisti e i loro alleati (perché ricordiamoci che sono i comunisti che comandano, con il loro determinante peso elettorale, in casa prodiana) hanno occupato le istituzioni, gran parte del territorio, e hanno la possibilità di governare: il cammino sarà senz'altro duro ma la strada si può sempre percorrere, e proprio per questo un padre potenzialmente indulgente serve anche al Quirinale: la famiglia è sempre la famiglia. Ma non è finita qui. Intorno all'Unione, l'occupazione della sinistra si estende, ormai da decenni, a tutti i gangli della cultura italiana e ad importanti nodi di potere ed economici (le Coop rosse non ci ricordano proprio nulla, con tutte le cordate bancarie che hanno infarcito la storia recente degli scorsi mesi?). La maggior parte della stampa si inchina ossequiosa alle liturgie sinistroidi (a cominciare dal Corriere della Sera), l'informazione televisiva si riconosce molto spesso negli schemi del politicamente corretto santificati dal centrosinistra, il mondo dello spettacolo e della letteratura è sostanzialmente un feudo del buonismo rosso e della spocchia sinistrese, la scuola si allinea compatta ai dogmi culturali di matrice marxista.

Il totalitarismo più pericoloso è proprio questo: cioè quello che si maschera dietro la finzione democratica, che si veste della sola foglia di fico delle risatine gigioneggianti del Professore, che si autosantifica nel buonismo pacifondaio e cattocomunista, ma intanto si inietta nelle vene del Paese come una droga nell'organismo: una droga che intontisce e anestetizza, fino a rendere virtualmente impossibile pensare il dissenso, pena la bollatura, il marchio a fuoco del retrogrado, del fascista, dell'ingeneroso, del non solidale. Ma è anche il totalitarismo morbido che poi, quando serve, magari sfodera le spranghe pacifiste e no global, facendo passare gli squadristi per bravi ragazzi un po' caratteriali.

Ecco perché ormai l'Unione di Prodi può ben dirsi «sovietica»: nel senso dell'estensione totale del potere, come totalitarismo insegna; conquistare, blindare, succhiare il potere per il gusto del potere, occupare tutto, chiudere ogni spazio perfino al pensiero libero grazie ad un odioso ricatto morale garantito da una pretesa superiorità del tutto immeritata. Il tutto senza averne l'aria, almeno ci sperano, i compagni. Ma non è possibile darla a bere a tutti gli italiani. Per adesso, in attesa che le malferme strutture di una maggioranza traballona crollino in testa ai suoi capi, possiamo solo salutare i nostri padroni, anzi tobarich - compagni - come memoria gradita a sinistra impone. Anche se, etimologicamente, «compagno» viene dall'espressione latina «cum panis», cioè il compagno è colui con cui condividi il pane: è più facile che, anziché condividere, ce lo levino dalla bocca, il pane. Ma queste sono calunnie della propaganda di destra, secondo Giordano e compagnia bella. Staremo a vedere: il tempo risponderà, e il tempo non ha virtù diplomatiche né colore politico.

! Stefano Doroni
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