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Individuo, circostanza, libertàdi Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000
Non c'è solo il mio "io" astratto, impermeabile alla realtà, ma la coesistenza di me con le cose e le persone che mi circondano e che, a vario titolo, fanno parte della mia vita: nel volume «El hombre y la gente» (trad. it. «L'uomo e la gente», Armando Editore, Roma 1996) leggiamo: «la vita non è soltanto l'esistere della mia mente, delle mie idee: è tutto il contrario. Dai tempi di Descartes l'uomo occidentale era rimasto senza mondo. Ma vivere significa dover essere (...) nell'assoluto fuori che è la circostanza o il mondo: è il dovermi, volente o no, incontrare costantemente, incessantemente con quanto forma questo mondo: i minerali, le piante, gli altri uomini. Debbo affrontare tutto ciò. Debbo velis nolis venire a patti con tutto questo. Però incontrarmi e venire a patti è cosa che in ultima analisi accade solo a me e che devo fare solidariamente, senza che sul piano delle decisioni - si noti che dico sul piano delle decisioni - nessuno possa darmi una mano». Ortega predilige la concretezza all'astrazione. La vita umana rimane sempre e comunque misteriosa: i mezzi teorici e pratici di cui dispone l'uomo sono inadeguati a risolvere l'enigma fondamentale che essa rappresenta. Il mondo delle idee chiare e distinte volendo spiegare la realtà finisce per occultarla perché ciò che è reale è dato dall'insieme dell'uomo con quel che rientra nell'orbita della sua personale esistenza. Al fine della comprensione vitale (e sempre e comunque parziale) del mondo e di noi stessi, la parte viene prima del tutto. E la parte privilegiata, in questo caso, è l'individuo nella sua irriducibile singolarità. Fondamentalmente individualista, il pensiero orteghiano si configura perciò come visione-del-mondo circostanziale, che si radica e cresce nella situazione esistenziale in cui l'individuo, come tale, si trova a vivere. La circostanza (circuì - stantia) è tutto ciò che mi circonda, l'orizzonte al cui centro è il singolo. Ed il singolo, sostiene Ortega, non ha mai fatto né può fare nulla che non sia circostanziale. Nelle «Meditaciones del Quijote» (trad. it. «Meditazioni del Chisciotte», Guida, Napoli 2000) si afferma esplicitamente che «io sono io e la mia circostanza, e se non salvo quella non salvo neppure me stesso». Elemento costitutivo della realtà umana e prospettiva fondamentale della vita dell'individuo, la circostanza è perciò la poliedrica concretezza in cui singolarmente si agisce, nonché il punto di vista da cui di volta in volta egli guarda e conosce il mondo. Partendo da sé e dalla propria circostanza, l'individuo è chiamato a vivere al meglio la vita che gli compete, perché la vita individuale, dato radicale, è intrasferibile. In questo caso tutte le più buone intenzioni sono destinate nel migliore dei casi a rimanere tali: nessuno può vivere la vita di un altro. Ognuno possiede una particolare vocazione: quella di Ortega, ad esempio, consiste nell'attività intellettuale, nell'intento di far chiarezza sulle cose, nonché nel porre le sue acquisizioni e il suo specifico talento al servizio non solo di se stesso ma anche degli altri. E ci sono tante vocazioni quanti uomini sulla terra Come si trova scritto nella pagine de «A una edición de sus obras» (cfr. «Il tema del nostro tempo», Sugarco, Milano 1994), «l'uomo è libero, che lo voglia o no. Perché, che lo voglia o no, è costretto a decidere in ogni istante ciò che diventerà». All'interno della vita individuale libertà e necessità coesistono. Pertanto vivere significa anche scegliere, distinguendo ogni volta fra ciò che va fatto e ciò che è possibile fare. E scegliere significa necessariamente mettersi in gioco, assumersi rischi e responsabilità. Da questo punto di vista le possibilità di scelta che rientrano nella vita di ognuno sono pressoché infinite. Ma, precisa Ortega, essere liberi non significa semplicemente scegliere fra opzioni equivalenti. L'esercizio della libertà, infatti, non solo implica la possibilità di scelta fra indefinite opzioni, ma include anche il saper scegliere quella per noi più giusta, più confacente alle nostre predisposizioni personali: l'esercizio della libertà, pertanto, non è mai disgiunto da quello dell'intelligenza. Se la vita non è astratta ma concreta, si diventa ciò che si è solo attraverso il fare: l'autenticità della vita individuale passa attraverso ciò che ognuno fa di stesso. Da questo punto di vista, Ortega vede la vita dell'uomo come il repertorio delle sue azioni, siano esse pratiche o teoriche. La necessità di corrispondere personalmente alla propria vocazione e la possibilità concreta di tale realizzazione è ciò che caratterizza l'uomo da tutti gli altri esseri. L'individualità orteghiana, quindi, pur riconoscendo il diritto-dovere della persona ad essere interamente se stessa, non è da considerarsi una forma di soggettivismo esasperato né forma di egoismo utilitaristico. L'individuo di Ortega non è parente dell' "Unico" di Stirner, né delle più recenti teorie di Rand. Il rapporto che l'individuo intrattiene con se stesso e con la sua circostanza include i rapporti e delle relazioni che si intrattengono con gli altri: è impossibile vivere la vita di un altro, ma è possibile che la vita di un altro arricchisca la mia e viceversa. Ortega sottoscriverebbe l'affermazione dell'economista Ludwig von Mises, secondo il quale solo il singolo vive, pensa, agisce. Le grandi conquiste, siano esse del pensiero o dell'azione (ma il pensiero è una forma d'azione), originariamente nascono da singoli individui: solo in seconda battuta - e non sempre - divengono patrimonio comune. Se posso essere utile agli altri, è perché ho aiutato me stesso, arrivando ad essere quel che sono. Fabrizio Gualco |
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