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numero 280
6 marzo 2008
 
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José Ortega y Gasset
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Vita, amore e odio

di Fabrizio Gualco - 1 giugno 2000

José Ortega y GassetSe alcuni pensatori come ad esempio Stirner sopravvalutano le possibilità individuali, altri le considerano meno di niente: il positivista Comte sostiene addirittura che «l'uomo propriamente detto non esiste, non può esistere che l'Umanità» (crf. A. Comte, «Discorso sullo spirito positivo», Laterza, Roma-Bari 1993). Al di là di estremismi sempre e comunque fuorvianti, Ortega vede che l'uomo non è né un dio né una bestia, ma un essere necessariamente limitato che a partire dalla propria circostanza, da un punto di vista parziale dell'universo e da ciò che gli offre la realtà concreta, cerca di corrispondere alla sua vocazione tentando di migliorare sé e il mondo che gli compete. Vivere perciò significa anche conferire senso ai nostri pensieri e alle nostre azioni, ossia a tutte quelle necessarie "parzialità" che, lungi dall'essere mere contingenze accessorie, o frammenti tra loro privi di vitale collegamento, rappresentano la possibilità di una pienezza altrimenti inaccessibile.

All'interno del pensiero orteghiano amore e odio rappresentano presenze tematiche tutt'altro che astratte. Abbiamo visto che per il filosofo spagnolo la verità dell'uomo passa attraverso l'autenticità della vita individuale. Ortega non riduce la vita a mera biologia, perché sa che essa è anche "biografia", storia personale e quindi storia di come si è scelto di vivere. La vita perciò può essere vista come il repertorio delle nostre azioni in cui si concretizza la libertà di scelta che ogni volta coopera con l'intelligenza della circostanza: sia l'amore che l'odio rivestono in tal senso un ruolo decisivo, determinante, che interessa direttamente l'individuo e la qualità della sua vita, sia essa interiore che esterna.

Lo scrittore latinoamericano Nicolás Gómes Davila sostiene che «Amare (...) è il privilegio di accorgersi di una perfezione invisibile agli occhi degli altri» (cfr. il suo «In margine a un testo implicito», Adelphi, Milano 2001). Sotto questo profilo, l'amore acquisisce i tratti di un particolare stato di grazia, che permette di cogliere le cose, anche quelle apparentemente insignificanti, nella loro costitutiva importanza: nei quadri di Rembrandt, nota Ortega, si può vedere di frequente che anche un umile pezzo di tela, oppure un mobile grossolano, si trovi avvolto in una luce che altri pittori dedicherebbero solo alle teste dei santi.

Lo sguardo di chi ama si apre a trecentosessanta gradi, e ponendo attenzione tanto al centrale quanto al periferico incontra verità che altrimenti rimarrebbero sconosciute: Anche se a volte in modo effimero ed imperfetto, l'amore ci lega alle cose, laddove l'odio non fa che occultarne il valore: perché il mondo ha un linguaggio misterioso che va compreso ed interpretato; attraverso cui possono parlare anche le cose mute.

L'amore è un'esperienza che coinvolge l'individuo nobilitando la qualità della sua vita: come un'invisibile aurora, risveglia la sue possibilità ricettive e quindi la capacità di azione. Amare perciòsignifica fruire di un ausilio tanto ineffabile quanto efficace, che consente all'individuo di condurre il cammino intrapreso alla pienezza del suo significato. Chi ama sa che non tutti hanno ragione, ma che tutti hanno delle ragioni, comunque sia. Esiste «nell'amore un ampliamento dell'individualità che assorbe in essa altre cose, che le fonde in noi. Questo legame e questa compenetrazione ci fanno addentrare profondamente nelle proprietà di ciò che si ama (...) In questo modo l'amore va legando cosa a cosa, e ogni cosa a noi, in una salda struttura essenziale».

L'odio è il negativo dell'amore. La via dell'odio conduce all'annichilazione dei valori, a valutazioni errate, a comportamenti distruttivi lontani dalla vocazione umana fondamentale che è sempre feconda, creativa e costruttiva. L'annichilimento che l'odio comporta coincide difatti con l'incapacità di cogliere i nessi tra le cose, con l'oscuramento dell'intelligenza che sostituisce la voglia di capire con la pretesa dell'onniscienza.

Parlando dell'odio Ortega impiega l'immagine della molla d'acciaio: «quando odiamo qualche cosa, poniamo fra essa e la nostra intimità una molla d'acciaio che impedisce la fusione, sia pure transitoria, della cosa col nostro spirito. Per noi esiste soltanto quel punto di essa in cui si fissa la nostra molla di odio; tutto il resto, o ci è sconosciuto, o lo dimentichiamo pian piano, rendendocelo estraneo. Ad ogni istante l'oggetto va impoverendosi, si consuma, perde valore». L'odio, dice Ortega nelle «Meditaciones del Quijote» (trad. it. «Meditazioni del Chisciotte», Guida, Napoli 2000), si frappone fra l'uomo e le cose, si incunea fra l'io e la circostanza invalidando alla radice la possibilità dell'individuo di corrispondere alla sua vocazione.

L'amore rende massimamente perspicaci, laddove l'odio rende mediocremente ottusi: «il perspicace sa sempre quando sta per sbagliare, e allora compie uno sforzo per sfuggire all'incombente stoltezza: in questo sforzo risiede l'intelligenza. L'ottuso, invece, non nutre alcun sospetto di sé: si ritiene avvedutissimo, e da qui nasce l'invidiabile tranquillità con cui si abbandona e si conferma nel suo torpore». (Ortega y Gasset, «La ribellione delle masse», SE, Milano 2001). Per questo, aggiunge ironicamente Ortega, Anatole France dice che un imbecille è più funesto di un malvagio: perché il malvagio talvolta si riposa, mentre l'imbecille (in quanto sine baculo, privo di fondamento) sembra instancabile.

E se come forma di ottundimento l'odio assume la maschera dell'onniscienza, al contempo non disdegna quelle dell'invidia, del moralismo, del risentimento, dell'ipocrisia. Come testimonia Furet (cfr. «Gli occhi della storia», Mondadori, Milano 2001), nella Cina della cosiddetta "rivoluzione culturale" si predicò in teoria l'amore per l'uguaglianza mentre di fatto si praticò l'odio per la cultura.

L'odio è il sostrato di equivoci pericolosi: c'è chi dice di combattere per la fine della povertà, mentre poi quel che emerge è l'odio esclusivo nei confronti di chi è ricco. C'è chi si proclama tollerante, salvo poi proporre le sue idee con intolleranza estrema. C'è chi, in nome di una presunta legalità, può sentirsi legittimato a compiere le più palesi ingiustizie.

Fabrizio Gualco

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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